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I «Vattienti» di Nocera Terinese
di Imperio
Assisi Funzioni religiose e riti popolari ripropongono ogni anno in
Calabria il dramma della passione di Cristo con la stessa mestizia e
costernazione che la gente del Sud prova per i lutti familiari. La passione di Cristo diventa passione e sofferenza di ogni calabrese;
da qui la partecipazione corale ai riti della settimana Santa. Da noi le
celebrazioni degli antichi misteri di passione risalgono a prima del 1500,
anche se movenze e significati paganeggianti non mancano in molte di esse.
Religiosità e folklore convivono così strettamente nei riti popolari di
passione e vanamente si è tentato d’individuarne i confini e imporre le
separazioni per evitare la profanazione. La passione di Cristo genera in ogni calabrese, credente o non
credente, dolore, rimorso e carità che danno vita ad una partecipazione che
va al di là della semplice e momentanea commozione. Nel calvario di Cristo la
gente calabrese rivive il proprio calvario ancestrale, e nella resurrezione
di Cristo idealizza la propria resurrezione. Non c’è paese in Calabria dove
non si ripropongono ogni anno i riti della passione: la rappresentazione
vivente della passione e morte sulla collina del calvario, i cortei delle
fanciulle vestite di bianco e coronate di spine, la «via crucis» con le
statue dei Misteri, la processione di Cristo morto, le veglie notturne di
passione con fiaccolate e canti su testi medioevali, le visite ai sepolcri,
le processioni d’incappucciate e incappucciati, le rappresentazioni
dell’incontro della Madonna con Cristo («Affruntata»), o della cattura di
Cristo («Pigghjata»), o dei flagellanti che, alla maniera umbra, mortiìficano
fino al sangue il proprio corpo. Certo, gli aspetti paganeggianti in molti di questi riti non
mancano, ma sono rivissuti dal popolino con tanto trasporto, escludendo ogni
forma di fredda recitazione. In questo contesto, crediamo, debba essere inquadrato l’arcaico
e sconcertante rito del sangue che da secoli si rinnova a Nocera Terinese ad
opera di fedeli detti «vattienti» o flagellanti del proprio corpo. Nocera Terinese è in provincia di Catanzaro, presso l’estremità
nord del golfo di Sant’Eufemia, alle pendici del monte Reventino, nido di
briganti e di fate, e nei pressi dell’antica Nuceria, distrutta nel 1137 da
Ruggero II il Normanno. Qui, in questa ubertosa cittadina, che ha origini
preistoriche, i riti della passione di Cristo hanno rinomanza mondiale da
quando il regista Jacopetti ha inserito, nel famoso film Mondo Cane,
la flagellazione dei «vattienti». Sono, questi, dei penitenti che, spesso,
per sciogliere un voto per grazia ricevuta, lungo le vie del paese, si
percuotono col flagello fino a provocarsi emorragie dai vasi sanguigni. Flagellatori fino al sadismo, fabbricano da se stessi i flagelli
necessari al rito: due pezzi tondi di sughero di dieci centimetri di
diametro, cosparsi di frammenti aguzzi di vetro, fissati al sughero per mezzo
di cera o di pece. La singolare pratica devozionale nocerese è compiuta da
soli uomini che, per l’occasione, indossano una maglia di lana nera con
pantalone corto a forma di slip in modo da lasciare tutto il polpaccio e la
coscia scoperti per la tortura fino al sangue. Sulla testa i «vattienti»
portano un nero panno e una corona di spine appuntite. A fianco del
«vattiente», legato con una cordicella lunga circa due metri, vi è un giovane
detto «acciomo» (Ecce Homo) che recita la parte di Cristo imprigionato. L’acciomo ha i fianchi avvolti da un panno rosso che scende fino
alle caviglie, il petto nudo e sulla testa una corona di spine con aguzzi
aculei. Porta una croce di legno rivestita da un panno color sangue.
«Vattiente» e «acciomo» percorrono le strade del paese fra una moltitudine di
fedeli, di turisti, di curiosi che, esterrefatti, assistono al rito della
tortura praticato con selvaggio furore. Dai polpacci del «vattiente» sgorga
abbondante sangue che arrossa i selciati delle strade e qui, subito, è fatto
segno di venerazione da parte dei fedeli. Pietose donne, intanto, lavano il
sangue con del vino e preparano le gambe ad una nuova tortura. E questa volta
il «cardo» conficca ancora più a fondo i cocci aguzzi di vetro, quasi il
«vattiente» volesse maggiormente appagare il suo «voto» o partecipare di
persona e con dolore al dramma e alle sofferenze di Cristo. Il trasporto e la flagellazione si fanno più intensi quando la
pratica si ripete sul sagrato della chiesa o dinanzi alla statua della
Madonna. Intanto in una grossa pentola, detta «quadara», viene preparato un
infuso medicamentoso di acqua con rosmarino, affinché il «vattiente» lavi i
polpacci e le cosce prima di ricominciare a percuotersi. Con un secondo
strumento, detto la «rosa», bagnato nell’infuso anzidetto, il «vattiente»
percuote cosce e polpacci per farvi affluire molto sangue. Poi, col «cardo»,
sui punti iperemizzati, provoca la nuova emorragia. L’acciomo, il giovane che personifica Cristo, cosparge il
proprio petto e il proprio costato di sangue versato dal «vattiente», quasi
per una strana simbiosi di sofferenze. Entrambi áscalzi sostano sui sagrati delle chiese e dinanzi agli
usci delle case di amici, in segno di buon auspicio. Il sangue versato lungo
le strade rimarrà venerato per molti giorni e guai se le intemperie dovessero
cancellarlo troppo presto. Completato il giro del paese, il «vattiente» e l’«acciomo»
ritornano al luogo di partenza dove, il primo, con l’infuso di acqua e
rosmarino, arresta il sangue. Entrambi, poi, si rivestono e si accodano ai fedeli che seguono
la processione della Madonna. A questo punto i due riti si fondono e a nulla
servirebbe dire al «vattiente» che il suo potrebbe essere un rito
magico-propiziatorio che nulla ha a che fare con l’altro che è religioso. L’origine del rito dei «vattienti», forse, potrebbe ricollegarsi
al rito della propiziazione del dio agreste Attis, con spargimento di sangue,
per invocare ricchi raccolti. Pagana o medioevale che sia l’origine del rito di sangue
nocerese, sta di fatto che tutta la cittadinanza partecipa con trasporto e
senso di pietosa umanità, quasi a voler riscattare il disonore del Golgota
anche a costo di mortificare la carne per risorgere a nuova vita. da «Antologia di Scritti Calabresi» di
Vincenzo Pitaro © Copyright Editrice L’altra Calabria |
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