Le tradizioni popolari sono lo specchio dell'anima del popolo calabrese e attraverso di esse è visibile tutta la storia della regione

 

 

 

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Le tradizioni popolari

 

Le tradizioni popolari sono lo specchio dell'anima del popolo calabrese e attraverso di esse è visibile tutta la storia della regione, con le dominazioni, le invasioni, i pericoli costanti; da qui l'isolamento geografico e sociale delle popolazioni di montagna e lo stato dignitoso ma parco dell'economia familiare Alla base di ogni tradizione è spesso presente una sottile ironia che vuole essere la capacità di accettare i lati negativi del vivere con filosofìa. Spesso si nota una certa commovente ingenuità, la tede certa che il buono debba essere premiato e il cattivo castigato. La tradizione pagana è spesso affiorante, ma ben collegata con quella cristiana; i santi e lo stesso Santo dei santi sono rappresentati sempre con una forte impronta umana, quasi confidenziale, e il venerato finisce per agire e comportarsi come un paesano qualsiasi. V’è sempre, alla base di ogni tradizione, un atteggiamento di rassegnata e trasognata riviviscenza del passato, un senso di dolce malinconia che quasi fa pensare al rimpianto.

I più significativi e quindi originali esempi di tradizioni popolari si registrano nei centri più interni dove maggiormente lenta è stata la penetrazione di culture esterne e dominanti.

A proposito della Pasqua in numerosissimi comuni vengono ancora organizzate le sacre rappresentazioni secondo copioni precisi, spesso scritti da gente del posto. La scena è quasi sempre l'intero paese, con le chiese, i calvari, le strade. Tutti i personaggi del Vangelo sono interpretati dai paesani i quali spesso ereditano il ruolo, per cui, per esempio, una famiglia di una certa importanza fornirà sempre un suo componente come interprete di Gesù. In queste occasioni ritornano in vita, specie nei centri più importanti, le confraternite, con i costumi e i rituali identici a quelli della Pasqua di Siviglia, in Spagna.

Si ricordano le processioni del Venerdì Santo di Polistena, che culminano con la fiaccolata notturna di accompagnamento al Cristo morto; conosciutissima è la Giudaica di Laino Borgo, in provincia di Cosenza, interpretata da 150 attori.

Lo scenario venne apposta costruito nel 1557 da un tal Domenico Longo; del luogo, il quale perché fosse simile si recò apposta a Gerusalemme. Suggestive sono anche le sacre rappresentazioni di Platì, in provincia di Reggio, o quelle di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, dove ancora oggi, il Venerdì Santo, si può assistere all'incredibile spettacolo dei flagellanti, qui chiamati «vattienti», i quali si martoriano le carni fino a far scorrere il sangue. Anche a Terranova di Sibari, in provincia di Cosenza, sopravvive la tradizione dei flagellanti. Durante tutta la Passione del Cristo, in questi paesi e anche in altri luoghi della Calabria, era tradizione per i ragazzi (ancora sopravvive in qualche luogo) girare per le strade procurando dei suoni sordi antitetici del suono delle campane, quasi per esprimere dolore per la morte del Cristo. Gli strumenti erano svariati: «a tocca» con un battente di legno, «a girella», e il «carìci» con ingranaggi che facevano vibrare una linguetta di legno. Le «tocche» sono comunque presenti presso le sacrestie di molte chiese e sono usate per dare i segnali durante le funzioni della settimana santa.

La domenica di Pasqua, quando torna la gioia, si tirano fuori le «aggute» o «sgute» e si va tutti all"affruntata' celebrata in moltissimi paesi tra i quali Polistena, Cittanova e Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio, Vibo Valentia e Tiriolo in provincia di Catanzaro. L'affruntata è rincontro tra Gesù Risorto e la Madonna. Vi sono poi le variazioni da paese a paese; in alcuni luoghi S.Giovanni corre ad informare la Madonna, e naturalmente riaffiorano i conflitti antichi tra chiese e chiese, tra confraternite e confraternite, per cui può capitare, come avviene a Polistena, che dopo rincontro Gesù conduca la Madre nella sua chiesa (la parrocchia dove la statua è custodita). Solo per il breve tragitto tra il luogo dell'incontro e la chiesa le due confraternite, quella che ha accompagnato Gesù e quella alla quale appartiene la statua dell'Addolorata, marciano insieme, alla pari. Solo per brevissimo tempo la statua della Vergine potrà entrare, nella chiesa della confraternita opposta. Sarà al più presto ricondotta nella sua chiesa, quasi dopo una breve tregua ad una continua guerra. Per due momenti soli la Madonna, e con essa la sua confraternita, riconoscerà la 'supremazia' di Gesù; quando all'affruntata correrà verso di Lui (i portatori della varetta si sfiancheranno a correre) e quando lo accompagnerà nella sua chiesa.

In molti paesi della provincia di Catanzaro, come Settingiano, Montepaone, Gagliato, Tiriolo, viene celebrata «’a pigghiata» cioè la cattura di Gesù, primo atto della passione.

A Natale la tradizione porta sulla tavola ancora i dolci, come i torroni, le pitte di S. Martino, le 'zeppole' (pasta lievitala fritta nell'olio con dentro un'acciuga) e i petrali, una specialità grecanica estesa oggi a Reggio di Calabria.

Sono vivi nella tradizione calabrese anche il presepe e la messa di mezzanotte; c'è ancora in regione qualche presepe artistico, come quello di Caulonia, completamente meccanizzato e aperto tutto l'anno. I pastori sono vestiti con gli antichi costumi e l'ambiente ricostruito rispecchia quello reale della costa ionica. Anche in Calabria a Natale si celebra l'unità familiare con gli emigrati che tornano apposta dall'estero.

Al centro della struttura della famiglia è il padre, al quale viene ancora riconosciuta l'autorità.
Egli spezza il pane guardandosi bene dal deporlo in modo scomposto sulla tavola: è, nella sostanza, il rituale di tutto l'anno che si ricollega all'ultima cena di Gesù.

Presso moltissimi santuari della regione è presente, con sfumature diverse, la tradizione che vuole che la Madonna o il santo che vi è venerato si sia scelto il luogo dove voleva eretto il proprio tempio.

Questa tradizione si ritrova nel santuario mariano di Polsi, (in provincia di Reggio, in Aspromonte) e a Melito Porto Salvo, dove la Madonna di Pentedattilo avrebbe voluto un tempio, il santuario di Porto Salvo. Tuttora c'è una vera e propria rappresentazione che vede contrapposta la parte di Melito a quella di Pentedattilo per il possesso della sacra effigie. Analoga tradizione esiste a Cariati, dove S. Cataldo avrebbe preteso una chiesetta sul mare e dove i marinai vigilano notte e giorno la sacra effigie quando, una volta all'anno, la statua vi viene portata. Una specie di guerra scoppiò tra Cirò e Cirò Marina per il possesso della statua di S. Cataldo. Il conflitto cessò solo quando quelli di Ciro Marina provvidero a farsi fabbricare una statua simile, analoga tradizione è viva anche a Cerchiara di Calabria con la Madonna di S. Maria delle Armi, scolpita su di un masso di pietra scura. Generalmente l'individuazione del luogo dove il santo o la Madonna desidera che venga eretto il santuario viene fatta ad opera di un animale, il bove o l'asino o il cavallo, il quale si ferma nel fatidico luogo e non vuole più spostarsi, finché gli uomini non capiscono quello che devono fare.

Ancora legata ai santuari è la tradizione delle pietre da trasportare, presente in Calabria sia a Polsi che sul fiume Rose, a S. Sosti. A S. Sosti i pellegrini finiscono con il buttare nel fiume le pietre ed è credenza popolare che così essi si liberino dei peccati. A Polsi si porta nei pressi una pietra da scagliare, per devozione e per fede. Questa usanza, secondo qualche antropologo, sarebbe comune a popolazioni dell'isola di Tirnor.

La tradizione dei flagellanti affiora ancora con le processioni di S. Rocco, che si svolgono a Palmi e a Polistena, in provincia di Reggio, in occasione delle quali sfilano dei penitenti i quali, per grazia ricevuta, si fanno porre sulla testa e sulle spalle nude dei veri e propri cespugli di rovi appuntiti. A Cittanova (Reggio di Calabria) è ancora viva la tradizione dei grande falò di S. Rocco, acceso sul sagrato della chiesa durante la festa. Simile uso è esteso alla festa di S. Giuseppe ad Altomonte (Cosenza).

Ancora per quanto attiene le feste religiose, in moltissimi paesi rivieraschi si suole portare la processione sul mare con una miriade di barche. Generalmente tali processioni si svolgono per la solennità dell'Assunta, ad agosto, presso Crotone, a Capo Colonna, a Soverato, a Palmi, Nicotera.

Nella comunità albanese di Calabria, prevalentemente presente lungo le propaggini dei monti che si affacciano alla Piana di Sibari, in numerosi paesi, è viva e solenne, oltre che suggestiva, la tradizione del matrimonio, celebrato con rito greco, tra lo sfavillio degli ori dei pope e dei colori stupendi dei costumi tradizionali degli sposi, i quali vengono incoronati con corone di fiori. A Savelli, sulla Sila, ma anche in tanti altri paesi, c'era l'uso di portare per le strade il corredo della sposa per farlo vedere ai paesani.

Per quanto riguarda le tradizioni non religiose piace ricordare l'uso, tuttora attuale, di buttare sugli sposi monetine, meglio se straniere, e confetti. Si tratta, come è evidente, dei simboli della ricchezza e della fecondità.

A carnevale sono ancora vive parecchie usanze collegate chiaramente alla tradizione pagana dei Greci e dei Romani. A S. Sosti a carnevale 13 personaggi rappresentano Capodanno e i dodici mesi dell'anno. Aprile è rappresentato da una donna. Sfilano a dorso di asino cantando. Ma carnevale, da sempre, è l'occasione per dire, attraverso le maschere, il dissenso popolare. L'uccisione di carnevale, che viene bruciato, corrisponde all'uccisione del maiale che viene eseguita ovunque con un rituale in cui il padre funge da sacerdote officiante e la bestia è la vittima immolata. Il riferimento alla tradizione pagana è chiarissimo. I Romani immolavano i maiali per onorare i loro defunti.

Molte altre tradizioni ancora vive nei paesi calabresi sono nate con il lunghissimo periodo delle scorribande turchesche. Da qui i giganti Mata e Grifone, con Grifone che simboleggia il turco e Mata la bella calabrese rapita per l'harem del sultano. In moltissime occasioni i due giganti, montati sulle spalle di un portatore, vengono tuttora fatti danzare al suono dei tamburi nelle feste paesane. La stessa origine hanno la leggenda di Donna Canfora, viva a Palmi e a Nicotera, e quella di una donna senza nome di cui racconta una antica canzone nel Crotonese. La storia è sempre simile: una bella calabrese sposa e madre viene rapita dal turco per l'harem del sultano. La donna alla fine preferirà buttarsi nel mare piuttosto che affrontare la vergogna. Da lei nascerà però una sirena semidea, il cui canto ancora oggi, dicono gli abitanti di queste contrade, è possibile sentire in certi momenti sul mare. Poi ci sono le credenze popolari che inducono qualcuno a credere al malocchio e a proteggersi con un babbaluto di Seminara, o ad evitare di partire di venerdì o martedì, ritenuti giorni infausti. C'è anche la credenza, diffusa, che la caduta per terra dell'olio sia un segno infausto, o che le farfalline che spesso svolazzano la sera in casa siano le anime del purgatorio.

Sembra particolarmente significativa la pesca del pescespada e la tradizione con essa collegata. Una volta che il nobile animale viene arpionato, sulla barca scende un grave silenzio e non la chiassosa allegria. Il pesce maestoso viene tirato sulla barca e posto sotto una specie di catafalco. Il capo-barca disegna sulle branchie del morto alcuni segni rituali che sembrano dei quadretti e pare sussurrare una preghiera.

 

 

 

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