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Il territorio Montagne tra i mari
Fino
all'avvento del boom turistico, la Calabria era considerata una regione
legata al mare; eppure, anche se questa lunga penisola vanta ben 800 km circa
di coste, poggia invece su un territorio caratterizzato prevalentemente dalla
montagna. Le cifre sono eloquenti: su una superficie di 15.080 kmq, il 42% è
occupato dalle montagne, il 49% dalle colline, il 9% dalla pianura. Dei 409
comuni, 387 si trovano in collina e in montagna. Arrivando
da nord, il primo lembo di Calabria è appunto costituito da montagne, il
Massiccio del Pollino, di natura calcareo-dolomitica con fenomeni di carsismo
superficiale. Il Pollino segna il confine con la Basilicata cui parzialmente
appartiene. Questa zona comprende le cime più alte della regione: il Monte
Pollino, di 2248 metri e la Serra del Dolcedorme, di 2267 m. Il
Massiccio del Pollino, che è l'unico gruppo calabrese calcareo (le altre
montagne sono cristalline o sedimentarie). Fulco Pratesi, così lo descrive:
«... da qualsiasi parte lo si affronti, il massiccio appare come un'entità
unica e possente, ben individuata e maestosa, emergente dal paesaggio morbido
e ondulato, coperto di grami coltivi, delle colline argillose di questa parte
d'Italia. La sua fisionomia austera, il fascino delle sue foreste, la
presenza dei pino loricato, fin l'inconsueta dolcezza dei toponimi
(Dolcedorme, Ciavole, Manfriana, Coppola di Paola) fanno di questo massiccio
un luogo deputato per l'istituzione di un Parco nazionale di primaria
importanza». Si può andare sul Pollino dall'autostrada del Sole:
uscita Lauria sud-direzione Castelluccio Superiore, Rotonda, alta valle del
torrente Peschiera, Bosco Magnano. I contadini dicono che qui vivono ancora
la lontra, la volpe, il gheppio. S'incontra il Colle dell'Impiso (impiccato),
ove i soldati piemontesi impiccavano i briganti o i lealisti; la faggeta
diventa sempre più compatta anche se intervallata da abeti e rallegrata dal
canto dei picchi e degli allocchi. Dopo la faggeta, si presenta uno
spettacolo unico, un'immensa prateria
di fiori: croco selvatico, viole, ciclamini, campanule, margherite e poi,
tutt'intorno, le ginestre. Ma oltre agli splendidi fiori, ciò che rende il
Pollino ancor più unico è proprio il pino loricato, dalla corteccia a piccole
argentee squame, che vanno su sino agli aghi e creano, nell'insieme, morbide
ma fitte sfumature da stampa giapponese. Il pino loricato è tipico della
vegetazione balcanica, per cui si può pensare ad una connessione tra questo
tipo di vegetazione e la presenza ai margini del Pollino (a Lungro o ad
Altomonte) di nuclei di abitanti di origine albanese rifugiatisi tra le
montagne nel tardo medioevo per sfuggire alle invasioni turche. Qui
sopravvivono ancora riti e tradizioni interessantissimi, rivissuti in
occasione della Pasqua e del Ferragosto, si producono ottimi formaggi, e
molti artigiani e pastori lavorano e scolpiscono il legno con grande perizia, Si può salire sul Pollino (con gli occhi ben attenti
al passaggio dei pochi lupi rimasti o al volo delle superstiti due coppie di
aquile reali) anche da Morano, da Mormanno, da S. Lorenzo Bellizzi. Da quest'ultima strada è possibile posare lo sguardo
sui campi di mandragola e (nel contempo) sulle gole del Raganelle. A sud-ovest del Pollino troviamo il Passo dello
Scalone, punto di sutura con la Catena Costiera: qui si eleva la dorsale
della Montea le cui cime raggiungono circa i 2000 metri di altezza e
dominano, ripide ed incombenti, la costa tirrenica. La Catena Costiera è
lunga 80 km, all'incirca da Marina di Belvedere a Fiumefreddo, ha la sua
vetta più alta nel Monte Cocuzze (1541 m), è separata dalla Sila dalle valli
dei fiumi Sangineto, Savuto e Crati ed è formata da rocce
cristallino-scistoso-calcaree. Proseguendo verso sud-est, troviamo la Sila, divisa
in Sila Greca, Sila Grande e Sila Piccola; la Piana di Sibari separa le
ultime propaggini del Pollino dalla Sila Greca. La Sila più che una catena di
montagne in senso stretto, si presenta come un lungo altopiano con cime che
in media non superano i 1600 m, raggiungendo i 1928 m del Monte Botte Donato.
È un insieme di situazioni morfologiche complete: si va, infatti,
dall'altopiano alla montagna, dai fiumi ai laghi, dai boschi alle dorsali
arrotondate, ai versanti scoscesi in cui i fiumi assumono un andamento
estremamente diverso dall'altopiano, alla gola, alla collina, alla foce. I confini sono costituiti dalla Piana di Sibari a
nord, dal Vallo del Crati ad ovest, dal Massiccio del Reventino e dal fiume
Corace a sud, dal mare Ionio ad est, ed è formata quasi esclusivamente da
rocce cristalline. In questa bellissima zona montuosa è stato istituito dal
1968 il Parco nazionale della Calabria. Esso include la Sila Grande, in
provincia di Cosenza, la Sila Piccola, in provincia di Catanzaro, e
l'Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, con una superficie complessiva
di 18 mila ettari. Alla Sila si può arrivare attraverso molte strade e
superstrade, anche se la più conosciuta è forse quella che da Cosenza va a
Celico e poi a Camigliatello. Ricordiamo anche la suggestiva linea ferroviaria Camigliatello-S.
Giovanni in Fiore. E una volta giunti si può sciare, nuotare nei laghi, o
fare lunghe passeggiate nei boschi. Da Cosenza si accede alla Sila anche da Luzzi,
centro dove sembra che sorgesse l'antica Tebe lucana. Le sue donne indossano
ancora il costume tipico e preparano le focacce di lupini per la festa di
agosto che si svolge nella vicina Abbazia della Sambucina. Si vengono così ad attraversare altipiani protetti
dai faggi e dagli svettanti pini larici, tipici di questa zona. La Sila, la Silva Brutia dei Romani, è
il bosco per eccellenza. Altro centro stiano, che merita una visita è
Longobucco, raggiunto dalla strada statale, ma è molto interessante, anche se
più scomodo, un sentiero sterrato che raggiunge il paese descrivendo come dei
cerchi concentrici man mano che si arrampica sul picco roccioso. Qui si
lavorano i tappeti, le tovaglie, i corredi, con grande perizia e i colori
sono ricavati dalle erbe locali. Un tempo poi partivano da qui per Costantinopoli i
bachi da seta usati per le splendide sete orientali. L'arte della tessitura, in Calabria, ha origini
antichissime: nei lunghi inverni, con i fiumi in piena ed una rete stradale
pressoché inesistente, i vari centri dovevano badare alla propria
autosufficienza. Ad Amendolara, per esempio, sono stati trovati negli scavi
alcuni pesi per telai. S. Giovanni in Fiore è un altro notevole centro di
artigianato tessile. Tutto cambia però se si entra in un laboratorio
tessile, dove i mille colori e i chiari echi greci e bizantini dei disegni
fanno da contrappunto gioioso alla severità dell'abitato. Forse ancora si risente del rigore del Cenobio
florense fondato da Gioacchino da Fiore, anche il costume, che le anziane
donne indossano quasi regolarmente, rivela questo rigore, fastoso e greve.
L'abito interamente in velluto nero, la bianca camicia ricoperta da una
cascata di gioielli di fattura locale: pare che lo stesso abate Gioacchino lo
abbia creato. Se si raggiunge il Villaggio Mancuso, altro centro
della Sila Piccola attrezzato per il turismo (ma la Sila lo è un po'
dovunque), non si dimentichi di visitare anche Tiriolo, nei pressi della Gola
di Marcellinara, che sorge su uno spuntone calcareo, dove si lavorano i
preziosi ed eleganti «vancali», scialli a strisce colorate, in seta e lana,
tra le cose più belle e particolari dell'artigianato italiano. Ogni cinque
anni si celebra, nel giorno del Venerdì Santo, un'imponente Passione di
Cristo in costume. Oltre il Reventino (1417 m), vi è la gola di
Marcellinara, collina di modesta altezza (250 m.) e punto più basso
dell'Appennino calabrese. Al di là e al di qua di Marcellinara, si trovano i
due bacini del fiume Amato, che sbocca nel Tirreno, e del Corace, la cui foce
è nello Ionio. A sud ancora un altopiano, quello delle Serre, i cui due
versanti, paralleli, sono molto diversi dal punto di vista morfologico. Anche qui rocce cristalline e
sedimentarie: le serre occidentali, però, sono più omogenee e più basse
(Monte Crocco, 1276 m), mentre quelle ad oriente sono più accidentate e con
cime più alte (Monte Pecoraro, 1423 m). A occidente delle Serre, la valle dei
fiumi Marepotamo e Mesima introduce ad un altro altopiano che si estende fin
quasi al mare, formando col Monte Poro (710 m) il promontorio di Capo
Vaticano che si allunga tra il Golfo di S. Eufemia e il Golfo di Gioia Tauro.
Tornando sull'Appennino calabrese, continuando verso sud attraverso una serie
di boschi, troviamo alcuni monti quasi paralleli e di altezza simile. Sono il
Monte Seduto (1143 m), il Cresta (1006 m), il Cucco (789 m), il Cappellano
(910 m), il Limina (888 m). Oltre quest'ultimo, che insieme agli altri assume
l'aspetto di una dorsale, iniziano i primi contrafforti dell'Aspromonte,
massiccio cristallino la cui cima più alta è rappresentata dal Montato (1955
m). L'Aspromonte,
dal tipico aspetto a raggiera per l'opera delle fiumare (corsi d'acqua a
carattere torrentizio), è una sorta di Pan di Zucchero: pareti ripidissime
scendono dal versante tirrenico mentre altre più incise, con terrazze a volte
coltivate, raggiungono quello ionico. Terra di grandi foreste, si può dire
che tra l'Aspromonte e il mare non vi sia soluzione di continuità, specie
nella zona di Scilla ove si passa dagli scogli ai campi di sci di Gambarie in
meno di mezz'ora. La terra delle
fiumare L'Appennino
calabrese divide Mar Tirreno e Mar Ionio e determina anche il corso dei
fiumi, con andamento piuttosto regolare da nord a sud. È invece tutt'altro
che regolare il regime idrico delle cosiddette fiumare, spesso secche ma con
piene violente e pericolose a carattere torrentizio. Questo accade perché i
fiumi calabresi nascono piuttosto incassati tra gole, superano
successivamente forti pendenze e formano alvei molto tranquilli a valle con
letti pieni di ciottoli. Il fiume Crati ha il bacino e la lunghezza maggiori
della regione. Lungo 93 km, nasce dal Monte Timpone Bruno, nella Sila Grande,
e a Cosenza riceve il Busento, il fiume dove secondo la leggenda popolare fu
sepolto, circondato dai numerosi tesori accumulati durante tante scorrerie,
Alarico, re dei Visigoti, morto nel 410 d.C. Il
Crati s'incunea poi verso nord tra la Sila e la Catena Costiera,
attraversando quindi la Piana di Sibari ove, poco prima di sfociare nel golfo
di Taranto, riceve il Coscile. Altri fiumi che sfociano nello Ionio sono il
Trionto, il Neto, il Corace e altri ancora, tutti con sorgenti nella Sila. La
Piana di Sibari, prima terra malarica, è ora al centro di un vasto ricupero
dal punto di vista agricolo, con terreni irrigui fertilissimi, e dal punto di
vista turistico-industriale, attraverso la creazione di grossi villaggi
residenziali e di una zona detta dei «Laghi Sibariti», una sorta di laguna
artificiale tra le più vaste d'Europa con porto attrezzato, abitazioni,
infrastrutture, Senza contare l'importanza della zona dal punto di vista archeologico. Nel Tirreno sboccano il Lao (sorgente nel Pollino),
il Savuto, l'Amato (con sorgente nella Sila) e altri minori che. specie a sud
della Sila assumono lungo i versanti dell'Aspromonte una configurazione a
raggiera. La Calabria ha un solo piccolissimo ma suggestivo
lago naturale, il lago dei Due Uomini sulle propaggini interne della Catena
Costiera, a 1040 metri. Numerosi, almeno rispetto al territorio, sono i
bacini artificiali, quasi tutti in Sila. I più importanti sono i laghi di
Cecita, di Arvo e di Ampollino, sfruttati per usi idroelettrici. Non è però
da sottovalutare l'aspetto turistico: infatti i laghi accentuano ancor più
l'impressione di trovarsi in un angolo alpino con la possibilità anche di
pescare trote, cefali e anguille. Molte strade circondano i laghi e offrono a chi le
percorre degli stupendi scorci paesaggistici. Il colore delle acque lacustri
è di un azzurro molto intenso, intorno si specchiano i faggi, signori
incontrastati. La ferrovia Cosenza-S.Giovanni in Fiore, molto comoda, e caratterizzata
da un nostalgico sapore antico, costeggia anche alcuni tra i più bei laghi
silani. Lungo le coste dal Tirreno allo Ionio Riviera dei Cedri, Costa Viola, Costa dei Gelsomini,
nomi indubbiamente suggestivi per definire i litorali di una terra che, dopo
aver patito nel passato i problemi dell'emigrazione. Si tratta di
un'operazione resa semplice, quasi naturale, dall'indiscussa bellezza della
Calabria, dalla varietà dei suoi paesaggi, dal fascino di quell'arte povera
forse, ma vicina più che mai all'ingegno, Maratea non è in Calabria come
tanti credono: la Calabria costiera però inizia subito dopo con Praia a Mare, divisa dalla vicina
Basilicata solo dalla fiumara di Castrocucco che dà il nome anche ad un
grappolo di case. La Costa tirrenica si presenta per buona parte con ampie
spiagge: spesso però diventa frastagliata, si aprono in essa molte grotte a
pelo d'acqua e si arricchisce di piccole insenature raggiungibili solo dal mare.
Sulla costa si sono ovviamente sviluppati molti
centri turistici. La notissima Praia, da cui è forse iniziato il decollo
turistico calabrese, ha un'ottima ricettività ma anche industrie sia tessili
sia legate alla pesca. Molto bella, a 5 minuti dalla costa, è l’isola di Dino, con un perimetro
di circa 4 km, le cui pareti scoscese terminano in una serie di grotte. Di
fronte all'isolotto si erge la Torre di Fiuzzo, del '500, e, alle spalle, il
Castello, del '300. Poco a monte dell'abitato sorge la Grotta della Madonna
della Neve preceduta da una lunga scalinata. All'interno vi era una statua
lignea trecentesca: è ancora visibile uno scavo archeologico stratigrafico di
grande valore scientifico. Seguendo la costa verso sud ogni chilometro o
quasi può offrire oltre alla bellezza dei litorali anche l'occasione per
deviare all'interno e raggiungere vari centri caratteristici ricchi del
fascino di quella spontanea architettura antica. Sono pittoreschi paesi come
Aieta. Tortora. S. Nicola Arcella, tutti a un tiro di schioppo dal mare, in
una pace straordinaria che giunge improvvisa a chi proviene dalla costa. Scalea, dal centro antico intessuto
di stradine, gli archi, le scalette e lo splendido lungomare sottostante,
vanta la Grotta Talao, ove sono stati scoperti resti paleolitici. Alle spalle
tanti centri, tra cui, da non perdere, Papasidero con l'importante graffito
del bue. Poi un lungo rettitilo porta a Girella, mentre sulle rocce
dell'immediato entroterra abbiamo lasciato Maierà e Grisolia, due borghi
divisi da un vallone ma vicinissimi. Girella Marina, in mezzo agli olivi, è
un riposante centro sottostante le rovine del vecchio borgo, più arretrato
rispetto al mare, dove regna, tra chiese e palazzi, un religioso silenzio. La
spiaggia è lunga circa 4 km, profonda 40 m, parte sabbiosa, parte ghiaiosa.
Di fronte spicca un isolotto, un grosso scoglio roccioso, delizia dei sub e
di chi ama la macchia mediterranea. A
Diamante la spiaggia è ancora più profonda, circa 200 metri, l'acqua è
limpidissima (del resto la Calabria è al primo posto per lo stato di
salubrità delle acque marine destinate alla balneazione) e vi prospera la
coltivazione del cedro. Sono alcuni fra i motivi determinanti che fanno di
Diamante uno dei centri marini calabresi più frequentati. La terra qui è
piena di pietre portate anche dai numerosi fiumiciattoli: è il terreno più
indicato per questo tipo di agrume, usato per essenze, liquori, canditi, e
protagonista tra l'altro delle feste ebraiche. Gli ebrei infatti considerano
il cedro il frutto puro e i rabbini spesso vengono qui in agosto per
raccoglierlo personalmente. Costituisce dunque la seconda fonte di guadagno È difficile nominare tutti i centri della costa, ma
sappiamo che è ingiusto tacerne alcuni, Sangineto, Cetraro, Acquappesa, Guardia Piemontese, Fuscaldo, Paola
Marina, S. Lucido, Amantea, tutte dotate di splendide spiagge uve il
caldo estivo è mitigato dalla confortante presenza della Catena Costiera
parallela al mare, ricca di boschi e radure. La costa prosegue più o meno simile in una serie
quasi ininterrotta di villaggi che nulla tolgono, però, alla spiaggia bassa e
sabbiosa. Notevole è, a 8 chilometri dalla costa, Nocera Tirinese, che, oltre
a molte chiese e palazzi antichi in ottimo stato, si presenta con una
caratteristica disposizione a scalinata. Ciò rende ancora più suggestiva la
rappresentazione del Venerdì Santo, vanto di questo paese, che interessa
tutto l'abitato, allestito come un teatro, durante la quale i «vattienti», il
capo cinto di una corona di spine, si flagellano le cosce nude con una frusta
corredata di spilli mentre il sangue scorre copioso, creando un'atmosfera
drammatica. Ma torniamo al mare, più a sud, in vista della piana
di S. Eufemia, dove la
spiaggia si restringe leggermente. Strada statale e autostrada si discostano un
po' dal litorale, mentre appaiono con una certa frequenza le torri antiche di
guardia, e i ruderi di Abbazie sono visibili accanto ai nuovissimi villaggi
agricoli di bonifica. Gli abitanti di questi centri hanno iniziato la grande
opera di totale bonifica della Piana da cui è sorta, al posto di una palude,
una ricca zona agricola con coltivazioni intensive. E non è un caso, dunque,
che qui sia stato posto l'aeroporto più frequentato della Calabria (il S.
Eufemia-Lamezia, dalla città enotria di Lamezia) e qui inizia anche la
Superstrada dei Due Mari, da S. Eufemia a Catanzaro Marina, circondata da
vigneti, oliveti e case coloniche dove si possono comprare i prodotti della
terra. Mentre l'ampio golfo di S. Eufemia è caratterizzato
da una pianura ben coltivata a vite, barbabietola, fragole, lamponi, ortaggi,
fiori (pur non mancando strutture alberghiere e campeggi per il turismo),
proseguendo verso Pizzo, invece, la costa si innalza e affiorano numerosi gli
scogli. Solo una parentesi è rappresentata, in un certo senso,
dall'interessante Piana dell'Angitola
località deserta che fa da corona al lago artificiale omonimo creato dallo
sbarramento dei fiumi Angitola e Reschia. A monte, radure di canneti e
querce, oliveti e qualche sporadica acacia secolare. A valle, il bacino
lacustre coi grandi rami secchi che affiorano dalle acque e una cortina di
canneti verso il mare vive avvolto in un profondo silenzio, rispettato anche
da qualche solitario campeggiatore che vuole unire lago, mare e monti
nell'arco di pochi minuti. Poi, ecco
Pizzo, una delle cittadine più vivaci ed interessanti dal punto di
vista storico, artistico e paesaggistico. Meta preferita di chi vuole fare le cosiddette
vacanze intelligenti, Pizzo, situata sullo strapiombo di una rupe, accontenta
gli amanti del mare e gli appassionati di storia e tradizioni. Dalle
scogliere che movimentano la costa, sempre più frastagliata, è facile
assistere alla pesca del tonno, la tonnara, ma è facile ritrovarsi anche a
passare intere mattinate ai cantieri ove vengono costruite barche con
tecniche ancora artigianali, visitare una bottega di ceramisti e concludere,
infine, con un buon bagno nel tardo pomeriggio, scegliendo tra la spiaggia
sabbiosa o gli scogli, proprio vicino alla chiesetta detta di Piedigrotta o
di Fuorigrotta, scavata nel tufo, che affiora dall'acqua. Siamo ormai in vista del promontorio di Capo Vaticano, ma prima incontriamo Vibo Marina, al centro di
un'insenatura del Golfo di S. Eufemia. Dalla statale 18, nelle giornate
limpide, si abbraccia con lo sguardo una lunga prospettiva, dalle ultime
propaggini della Catena Costiera alle Serre, a Stromboli. Vibo Marina è il
maggior porto regionale del Tirreno, usato particolarmente dalle imbarcazioni
da di porto. La spiaggia, più estesa quella a sud del porto, si allunga per
più di 2 km, con 50 m di profondità, sabbiosa, ricca di dune ora più dolci,
ora più alte. Vibo Valentia, in collina, a 500 metri, ha una fisionomia ben
precisa e accomuna al grande interesse per il suo passato archeologico una
notevole attività di sviluppo commerciale e industriale (cementi, alimentari,
resine, vini). Tropea è il
centro più noto dell'intero promontorio, una specie di acropoli tra il Golfo
di S. Eufemia e il Golfo di Gioia Tauro. È questa la zona ove è sorta la
maggior parte dei villaggi turistici costieri. La natura o, meglio, la
struttura orografica del territorio fa sì che tutto, dalla vegetazione
all'insediamento turistico, sia posto su terrazzi a picco, a volte digradanti
sul mare. Quindi spesso le case sono nascoste alla vista e le spiagge sono al
termine di una rupe, separate da speroni di roccia. Sulla costa, molto
frastagliata, dove trova posto anche un porticciolo da diporto, è facile
scovare fra gli scogli la taccola, uccello simile alla cornacchia, dagli
occhi azzurri e dal capo grigio. Tropea, è chiaro, offre la possibilità di un
turismo ad alto livello, sia per la bellezza dei luoghi, sia per l'eleganza
del centro storico, un enorme balcone barocco davanti a cui si ergono gli ex
isolotti di S. Leonardo e S. Maria dell'Isola ormai uniti alla terraferma.
Molto rinomati anche i prodotti tipici, come la cipolla di Tropea e la
lattuga gigante, l'uva, gli agrumi e l'olivo. Cittadino onorario di Tropea è
stato per molti anni e sino alla morte lo scrittore Giuseppe Berto: la sua
casa sulla collina, scoscesa sino al mare, tra i campi di lattuga e cipolle
che amava cucinare in mille modi, era meta di frequenti visite da parte di
estimatori e curiosi. Doppiato il Capo Vaticano e superata la zona di
Nicotera Marina, ricca di richiami archeologici, inizia da Rosarno la
cosiddetta Costa Viola, dal
colore dei suoi tramonti. La strada qui è molto alta sul mare e si ha
l'impressione di correre sempre ai limiti dello strapiombo. Comunque, una
serie di stradine ripidissime porta al mare. Proseguendo verso sud, la strada
si avvicina al mare e si snoda tra secolari oliveti, i più noti d'Italia: una
sola pianta può produrre sino a 140 litri d'olio. La Piana di Rosarno è diventata molto fertile dopo la bonifica
inziata dal marchese Nunziante nel 1818 e proseguita dai suoi eredi prima e
dallo Stato poi. Anche qui resti archeologici (c'era la colonia greca di Medma, fondata dai locresi nel VI
sec. a.C.) tra cui spiccano le famose terrecotte di Medma raccolte al Museo
di Reggio. La marina di Rosarno è a San Ferdinando, paese creato dalla
bonifica del 1820, con spiaggia bassa e abbastanza profonda. Buoni i
campeggi, ottimi gli agrumi. Gioia Tauro è il più importante
centro dell'omonimo golfo, caratterizzato dal porto industriale del Quinto
Centro Siderurgico, oggi inutilizzato. Anche qui ci sono stati vari ritrovamenti
archeologici. Oltre alle industrie per la lavorazione della frutta, Marina di
Gioia Tauro ospita installazioni turistiche che usufruiscono di una spiaggia
bassa, larga e sabbiosa. La spiaggia di Palmi e del Lido di
Palmi è invece stretta tra il mare e le propaggini occidentali
dell'Aspromonte perpendicolari alla costa. Situata su di un pianoro alto solo
80 m, Taureana, l'antica Tauroentum, dà la sensazione di
essere molto più alta sul mare, A pochi chilometri si erge il Monte S. Elia
(a 580 m), tutto ricoperto da una pineta, con campeggio e villaggio turistico
e che offre un suggestivo panorama da Nicotera, a nord, sino alle Eolie e,
alle spalle, l'Aspromonte. Molto interessante la Grotta di S. Elia, a
Melicuccà, ad appena 4 km. Ai piedi del monte, la spiaggetta di Marinella,
deserta tra alte e frastagliate scogliere con una sorgente di acqua dolce e
le casette di pescatori quasi tutte abbandonate, sembra fatta apposta per i
sub. Palmi è molto importante come centro commerciale, industriale, agricolo
e storico. Quasi tutta rifatta dopo il terremoto del 1908, domina la costa da
cui dista 2 km. Ospita una delle biblioteche comunali più fornite della
Calabria, il Museo Cilea e il Museo civico di etnografia e folclore diviso in
diverse sezioni dedicate alla vita agricola, a quella marinara, all'arte
popolare, alla magia, ai mille aspetti legati all'uomo di queste contrade,
vissuto per tanti secoli emarginato e che più spesso ha fatto ricorso quindi
alla fantasia. Il Museo, che presenta circa 3000 manufatti, è uno dei pochi
esistenti del genere ed è certamente il più importante tra quelli che sono
destinati alla documentazione della civiltà contadina. Molto bella è poi la passeggiata al Lido della
Tonnara, fronteggiato dal piccolo isolotto-scoglio dell'olivo: è un grosso
masso roccioso sulla cui sommità c'è, si può dire da sempre, un olivo che
sfida venti e tempeste, quasi un riparo ai tanti anfratti raggiungibili solo
dal mare. A 4 km da Palmi, percorrendo una strada tra gli oliveti, si giunge
a Seminara, vivace centro di antica tradizione artigiana, soprattutto della
terracotta, una lavorazione tramandata di padre in figlio e di origine greca
che ha nei colori vivaci e nella ricca lavorazione la sua caratteristica. Il
pezzo più noto è il «babbalatu», una bottiglia antropomorfa. Bagnara, sulla Costa Viola, resta
quasi schiacciata tra il mare (ove è la parte nuova) e la roccia su cui si
abbarbicano le case, sempre più vecchie, mano mano che si sale. La spiaggia costituisce quasi una sorpresa, col suo
ampio arenile sabbioso che contrasta con le prospicienti rocce su cui sorge
il vecchio abitato. Di questa località sono rinomati il torrone e i vetri, ma
ciò che la rende famosa è la pesca del pesce spada nella quale Bagnara
contende il primato a Scilla. Benché avvenga oggi con tecniche perfezionate,
nulla è cambiato dell'emozionante anche se cruento cerimoniale di un tempo.
La tecnica di questa pesca è un rito antico, che sembra addirittura importato
dai Fenici; oggi viene svolta con la «passerella», una barca a motore con un
lungo pontile che sporge dallo scafo per il fiocinatore, e con un alto pilone
di circa 20 metri, alla cui sommità vi è la coffa per il
timoniere-avvistatore. Le battute di pesca avvengono da aprile a giugno,
quando cioè arriva a questi lidi il pesce spada. Scilla sembra un sogno «reale», e ancora forti sono gli echi
della sua leggendaria esistenza. È uno di quei luoghi dello spirito per cui,
forse, viene perdonata anche un minimo di retorica. Le case e i palazzi del
'600 e '700 si alternano alle modeste ma ridenti casette dei pescatori della
«Chianalea», il quartiere a pelo d'acqua che sembra sempre debba essere
inghiottito dal mare. Sono due anfiteatri di costruzioni che fanno da
corona alla rupe su cui domina il Castello, oggi Ostello della gioventù:
arcate, corridoi coperti uniscono le case della Chianalea, ove spesso si
convive con le onde e le tempeste in un rapporto particolare di saggezza
tratta da secolari esperienze. La strada, che sale a tornanti, sfiora
continuamente i tetti rosseggiarti delle case e domina la spiaggia in lieve
pendenza. Vicino, c'è l'imbocco delle grotte carsiche di Trèmusa ricche di
stalattiti. Un'atmosfera particolare che si sviluppa soprattutto nelle
giornate di «calmeria», cioè di bonaccia e i ricordi delle antiche leggende
ci spingono a cercare le mitiche sirene, le ninfe incantatrici, che cantano
dalle rupi strapiombanti sul mare. Pochi chilometri di mare e poi è già Sicilia.
Passato l'imbarco di Villa San
Giovanni si avvicinano Catena
e Gallico, eleganti spiagge reggine che precedono l'ingresso a Reggio di Calabria. Reggio non è in senso stretto un luogo di
villeggiatura, ma si può considerare una delle città capoluogo di provincia
ove si può fare balneazione. Posta in riva al mare ma con alle spalle
l'Aspromonte-Gambarie, Reggio gode di una posizione privilegiata anche per
l'ottimo clima; molto ricca poi la vegetazione circostante, con agrumeti
(molto sviluppato il bergamotto, da cui l'essenza usata in profumeria), viti
e oliveti sulla prima fascia collinare, mentre più all'interno si trovano i
boschi di pini, castagni, faggi e abeti. Molto frequenti le piante tropicali,
come la palma da dattero, il banano, la magnolia, l'albero della gomma, ecc.
Molte di queste specie si trovano sul lungomare, "il chilometro più
bello d'Italia" secondo la definizione di Gabriele D'Annunzio, e nella
Villa Comunale, sua prosecuzione. Fu creata nel 1854 come Orto botanico e
ancor oggi ne conserva le prerogative. Sul lungomare, invece, sono visibili i
ruderi di mura greche e di Terrne romane, intervallati da monumenti recenti
dedicati a uomini illustri calabresi. Interessante, sempre sul lungomare, la
Stazione Sperimentale delle Essenze per gli studi sul bergamotto e sul
gelsomino. Molti sono gli stabilimenti balneari in città. Dal punto di vista
culturale, particolarmente importante è il Museo nazionale, o Museo della
Magna Grecia, sorto dall'unione tra il Museo civico e le collezioni di
Antiquarium, reperti di circa un secolo di ritrovamenti. Le sezioni sono
molte: a) preistoria e protostoria calabrese; b) colonizzazione greca; e)
sculture e iscrizioni greche e latine; d) monete; e) archeologia sottomarina.
È uno dei musei più importanti e meglio organizzati, anche dal punto di vista
didattico e le collezioni sono state ordinate da archeologi della statura di
Paolo Orsi, Adamesteanu, Lattanzi ecc. Però il Museo è diventato famoso solo
dal 1981, da quando ospita i Bronzi di Riace e la «Testa di filosofo», meta
ormai fissa di ogni viaggio in Calabria. Reggio possiede anche una bella cattedrale,
ricostruita nel 1920 in stile neoromanico con la stupenda cappella barocca
del SS. Sacramento. Anche la Chiesa degli Ottimati è stata ricostruita e
vanta l'interessante pavimento musivo dell’XI secolo, sul soffitto i notevoli
capitelli normanni. Del castello aragonese non è rimasto molto, solo due
torrioni e un tratto di mura. La Basilica della Madonna della Consolazione è
invece un moderno complesso situato sulla collina dell'Eremo. Interessante,
anche, per meglio comprendere questa regione, il centro di documentazione per
le arti popolari calabresi. A sud di Reggio iniziano le spiagge ioniche,
larghe, con sabbia bianca e sottile. Prima di arrivare a Melito di Porto Salvo, vivace centro
dove sbarcò Garibaldi prima di risalire a Napoli, è opportuno deviare per Pentedattilo, uno dei più suggestivi borghi calabresi. È detta
Pentadattilo o delle cinque dita perché tale appare, addossata al Monte
Calvario con la roccia di arenaria che quasi le si arrotola addosso. Cinque
dita rossastre, dice una storia, per lavare col sangue l'oltraggio fatto ad
un barone locale cui non è stata data in sposa la sorella del feudatario di
Pentedattilo, la marchesina Alberti. Un po' sinistro, è da tempo un paese
morto, pochi vecchi, spesso pastori, mentre gli altri sono scesi nei villaggi
marini o emigrati. Eppure nell'800, i 2000 «fuochi» del paese erano famosi
per la produzione del miele. Sino al Capo Spartivento, l'antico Heracleurn Promunturium, nella
parte più meridionale della Calabria e poi continuando a costeggiare lo Ionio
sino a Locri, è tutto un susseguirsi di spiagge, spesso deserte, anche se
interrotte da paesi e costeggiate dalla ferrovia. È questo il paradiso di chi
desidera solo mare pulito e natura selvaggia. All'interno si trovano tanti
piccoli centri antichi, rifugio degli abitanti della costa al tempo delle
incursioni saracene: è la zona della minoranza grecanica, riconducibile oggi
a cinque paesi, Bova, Bova Marina,
Roghudi, Roccaforte del Greco, Condofuri. Una
delle tante ampie spiagge ioniche, quella di Capo Spartivento. Ovunque vigneti e agrumeti, oltre ai cespugli
spontanei di agavi e fichi d'India. Ovunque anche resti romani,
paleocristiani e bizantini. Prima di Bovalino c'è la deviazione per S. Luca, il paese di Corrado
Alvaro, che tanto bene ha narrato della sua Gente d'Aspromonte, dove ancora sono conservati vari suoi ricordi.
C'è quasi l'imbarazzo della scelta, se vedere prima Locri o Gerace, entrambe ricche d'arte e di storia, la prima sul
mare, l'altra sulla collina sovrastante. Gerace, solenne e nobile, è una
cittadina ricca di testimonianze artistiche, mentre Locri costituisce un
pilastro dell'archeologia calabra. Qui però non dimentichiamo che c'è anche
una Locri moderna, con circa 13000 abitanti, strade diritte e parallele ed
ottime attrezzature turistiche, dagli alberghi ai campeggi. Siderno e Gioiosa non si differenziano
molto l'una dall'altra, entrambe dedite al turismo, all'agricoltura e alla
pesca. Un'occhiata a Canolo, tra
le rupi dette le «Dolomiti calabresi», ove c'è ancora qualche conciatore di
pelli, e a Mammola, centro
medievale, poi di nuovo lungo la costa, a Roccella Jonica, interessante poiché, oltre ad essere un
rinomato centro balneare, coserva una parte più antica nella zona alta
dell'abitato, arricchita dai resti del Castello medievale dei Carata. Nel
silenzio di Roccella Alta, quasi disabitata, si può ancora udire il cigolio
del tornio di uno degli ultimi pochissimi vasai: gli oggetti sono grezzi e di
foggia antica. Anche la vicina Caulonia sempre sul mare, conserva i resti del castello del
'500; più avanti l'ormai notissima
Riace Marina nelle cui acque nell'agosto '72 furono pescati i due
guerrieri bronzei. A sette chilometri, in collina, Riace dalla struttura
medievale. Ancora più a nord
Monasterace Marina, che offre una buona ricettività, mostra il bel
lungomare. A meno di due chilometri si possono visitare i resti di Caulonia, centro greco, e Punta Stilo, l'antico romano Cocynthum Promunturium, limite
meridionale del Golfo di Squillace. Qui s'impone la deviazione verso una meta
d'obbligo nell'entroterra, la Cattolica
di Stilo, una stupenda chiesa bizantina del X secolo di notevole
interesse artistico. La strada costiera continua ad affiancare le assolate
spiagge che alternano ciottoli e più raramente sabbia. Unica superstite del
famoso tempio di Hera Lacinia,
santuario degli italioti del Golfo di Taranto. Le colonne erano 48, a detta
degli storici: pare siano sopravvissute fin all'inizio del 1500 e successivamente,
utilizzate per costruzioni civili! Dopo Capo Colonna, il litorale torna
pianeggiante e ben presto si intravede la penisola di Crotone, città dal fulgido passato, importante ancor oggi per
le industrie, i commerci e il mercato alimentare. Molto utilizzato il suo
porto, l'unico ionico della Calabria. Dopo Crotone la costa prosegue rettilinea con lunghi
chilometri di spiaggia libera intervallata dai villaggi di bonifica di Gabella Grande e Contrada Bucchi,
ove dominano le coltivazioni e le case coloniche. S'incontra la foce del
Neto, il fiume della Sila Grande, lungo 95 km. E continuano i villaggi in via
di sviluppo come Fasana, Strongoli.
Di quest'ultimo sopravvive il vecchio centro greco e poi bruzio. Sono
centinaia in questa zona le vestigia della Magna Grecia, comprese e
delimitate, in un certo senso, tra Locri a sud e Sibari a nord. Sulla costa,
invece, dominano le torri di guardia,
Torre Melissa, per esempio, affiancata da una bella spiaggia. In
collina, Melissa è nota per il
vino, ma anche, purtroppo, per i tragici fatti di sangue del 1948, per
l'abolizione del latifondo. Vino rinomatissimo anche e soprattutto a Cirò, con la sua 'marina',
frequentatissimo centro estivo, cinto da mura, con struttura a pianta
triangolare. Molto interessante nell'interno, a 25 km, Umbriatico, che forse per il nome richiama alla mente un
piccolo centro umbro. Lungo il mare ancora un piccolo promontorio romano, il Crimisa Promontohum, oggi Punta Alice, località balneare con
buona attrezzatura turistica, circondata da folti pini, eucalipti, acacie,
oleandri. Vicino al Faro, resti del Tempio di Apollo Aleo. Seguono ora molti
altri piccoli centri marini con spiaggia sempre delimitata dalla strada
ferrata, ma vale la pena di deviare all'interno per Crucoli, ove si lavorano tessuti a disegni orientali e
s'intrecciano panieri di paglia di grano. Tessuti, di ottima fattura, per
inciso, si trovano anche a Cariati, poco distante. Un'altra deviazione, che potrebbe riservare delle
sorprese, è quella che porta a
Pietrapaola, borgo medievale sulla cima di un colle. La strada termina
proprio al paesino, che sembra sospeso tra le nuvole; poco distante, a 4 km,
sul monte Orgia, si aprono molte grotte, un tempo forse utilizzate come
necropoli. La spiaggia ritorna interamente sabbiosa verso Mirto Crosia, fiancheggiata da
oliveti. Qui sfociano numerosi tiumiciattoli e torrenti che rendono la zona
più fresca. Siamo nelle vicinanze di uno dei centri d'arte più belli della
Calabria. Rossano, a pochi
chilometri dal mare, e dell'attrezzato lido di S. Angelo. Di fronte a Rossano, su un'altura, si erge il
monastero di S. Maria del Patire, restaurato in varie epoche: ciò che resta è
in gran parte cinquecentesco anche se molte sono le parti più antiche. È
anche un luogo molto bello dal punto di vista paesaggistico, con un ampio
panorama che spazia dalla Sila Greca, alla Piana di Sibari, al mare. Risaliamo la costa verso settentrione giungendo a Marina di Schiavonea (sempre ampia
spiaggia, stabilimenti e coltivazioni di agrumi). Vicino un altro santuario,
quello di S. Maria di Illirico, a pianta ottagonale, ricostruito su
un'abbazia basiliana. Si è ormai alla Piana di Sibari, la più grande pianura costiera della Calabria,
creata dai depositi fluviali del Crati, del Coscile, del Raganello, del
Satanasso e del Saraceno. Oltre all'importanza archeologica, c'è da
sottolineare come con la ritorma e la bonifica i terreni siano tornati allo
stesso grado di fertilità del tempo dei Sibariti, noti per la loro ricchezza
e lussuria. Sibari ha acquistato un notevole sviluppo turistico da pochi
anni, con la costruzione di vari villaggi residenziali. Siamo al confine costiero con la Basilicata e si
alternano paesaggi brulli con formazioni argillose a grandi spianate di
agrumeti e oliveti delle vicine Policoro e Tursi. Villapiana, Amendolara. Capo Spulico, Rocca Imperiale sono gli
ultimi centri balneari della Calabria ionica. Le terme In Calabria esistono numerose fonti termali, anche se
poco conosciute. Fatta eccezione per le Terme di Guardia Piemontese, molto
note e frequentate, pochi suppongono che in questa regione ci sia lo spazio
per forme di turismo più 'nordiche' come la villeggiatura termale e
addirittura lo sci. Il tutto in quel territorio minimo, o perlomeno
contenuto, che comprende le coste e le montagne della Calabria. Le più note, come abbiamo già detto, sono le terme
di Guardia Piemontese, in
provincia di Cosenza. Il primo, accertato, uso terapeutico di queste acque è
del 1446, come testimonia una lettera di S. Francesco di Paola a Simone degli
Alimena. Probabilmente almeno in loco le virtù salutari delle acque erano già
note, ma la sua affermazione fu più tarda perché proprio qui si stabilirono
le colonie valdesi profughe del nord Italia e della Francia, le quali fecero
di tutto perché il loro territorio, protetto anche dai contrafforti rocciosi
verso il mare e il resto della terraferma, rimanesse isolato, se non
nascosto. Forse proprio il tristissimo episodio della repressione
e della nuova persecuzione fece si che il luogo diventasse meta di nuove
migrazioni e quindi cominciasse la conoscenza delle proprietà di quelle
acque. Oggi a Guardia Piemontese sorge un moderno stabilimento servito da
attrezzature ricettive e vi è anche la possibilità di optare per un soggiorno
balneare nel villaggio marino lontano solo 1 km. Le Terme Luigiane (dal nome di Luigi di Borbone che
fu molto interessato a queste acque) o di Guardia Piemontese sono
particolarmente indicate per la cura dell'osteoartrosi, delle malattie di
orecchio-naso-gola, delle broncopatie, delle malattie ginecologiche e della
pelle. Molto suggestivo è il paesino in collina, a 500 metri, con un dedalo
di stradine strette tra le mura di cinta. E poi Praia, Maratea, Paola sono ad
appena un passo. Più a nord, sempre in provincia di Cosenza, troviamo
le terme di Spezzano Albanese.
Anche la marina di Capo Spulico, qui si rifugiarono alcuni
profughi albanesi di rito greco-cattolico, verso la metà del 1400, per
sfuggire alla persecuzione dei turchi musulmani. Anche se alcuni documenti
rimandano ad epoche precedenti, le sorgenti di Spezzano sono state scoperte
dal punto di vista curativo solo ai primi dell'800. Le acque di Spezzano sono
molto efficaci per le gastriti ipotoniche, la stipsi, esiti di fratture, le
epatopatie, le affezioni ginecologiche. A differenza di Guardia e di Cassano,
si pratica, oltre ai fanghi, inalazioni e bagni, anche la cura idropinica. Al
centro di un paesaggio agricolo, Spezzano è molto vicina alla Sila, a Rossano,
a Sibari e al Pollino, altrettanti luoghi d'arte e di turismo. Altre terme sempre in provincia di Cosenza sono a Cassano allo Jonio, comodamente
raggiunte dall'autostrada, con uscita al casello di Spezzano per chi proviene
dal sud, a Frascineto per chi viene invece da nord. Le terme di Cassano o
Sibarite, oltre che per altre affezioni, sono molto valide per quelle delle
vie respiratorie e per la sordità rinogena. Cassano è una cittadina moderna,
che ha conosciuto un grande sviluppo edilizio dovuto al ritorno degli
emigranti. Molto vicina al Pollino e allo Ionio, gode anche di un favorevole
clima. In provincia di Catanzaro vanno ricordate le Terme
Caronte, a Lamezia Terme.
Molto raccomandati dai medici i suoi bagni di vari tipi, i fanghi, i
massaggi, le inalazioni, aerosol, hurnages, insufflazioni endotimpaniche, le
mascheie di fango, per le poliartriti croniche, le malattie eroniche
dell'apparato respiratorio di natura catarrale e allergica, le malattie della
pelle, la sordità. Le Terme sono situate nella fertile piana di S. Eufemia, a
ridosso di un bosco e a pochi chilometri dal mare. La sua posizione è molto
favorevole, quindi offre varie ed interessanti escursioni a breve raggio. Le terme di
Antonimina, a 8 km da Locri, in provincia di Reggio di Calabria,
offrono cure per le artrosi, le malattie della pelle e le affezioni
ginecologiche. I dintorni sono splendidi e a pochi minuti di automobile si
trova Locri, un centro di primaria importanza archeologica, mentre, in
collina, l'elegante Gerace costituisce un pregevole esempio artistico. Un clima all'insegna della varietà La struttura morfologica, la flora e la fauna
calabresi testimoniano indirettamente come questa terra possa godere di un
clima molto vario, caratterizzato, malgrado la sua sagoma stretta e lunga, da
fasce longitudinali e non latitudinali. Possiamo infatti distinguere tre tipi di climi:
quello della fascia tirrenica, quello della fascia montana e quello della
fascia ionica. La prima «zona» è calda ma temperata in estate, mite
in inverno e caratterizzata da piogge moderate, che hanno spesso la
caratteristica di acquazzoni improvvisi. Un bosco sulla Sila Piccola in inverno La fascia montana richiama invece da vicino il clima
alpino, ed in inverno le cime si ammantano di neve dando così modo di
praticare gli sport invernali. In estate sono un prezioso rifugio per chi
soffre il caldo. La fascia ionica è la più calda, eletta dagli amanti
della tintarella che difficilmente troveranno il cielo coperto, visto che il
livello delle precipitazioni annue varia mediamente dagli 800 ai 600
milimetri, circa 1000 in meno che sulla fascia montana. Nello spazio di un centinaio di chilometri si passa
quindi a situazioni ambientali completamente differenti, e questo costituisce
un altro motivo di richiamo della Calabria. Pini, querce e piante grasse La Calabria è una fra le regioni italiane ove
l'accostamento dell'ambiente montano (la Sila e l'Aspromonte raggiungono
all'incirca i 2000 metri) e di quello marittimo è tra i più evidenti e
interessanti dal punto di vista naturalistico, in particolare per quanto
concerne la vegetazione. È quindi una delle zone che offrono i maggiori
spunti per chi desidera osservare il succedersi delle differenti aree
floristiche o, meglio, seguire di persona, percorrendo un tragitto
relativamente breve in termini di chilometri, la trasformazione di un
ambiente nell'altro. La regione si può definire pertanto di tipo
appenninico-tirrenico e risente molto più di queste due diverse situazioni
geofisico-climatiche che non della sua estensione in senso Nord-Sud. La parte litoranea è abbastanza simile a quella
laziale o campana mentre differisce sensibilmente dalla costa siciliana.
Presso il mare si notano vaste estensioni di spiaggia con vegetazione tipica
caratterizzata da grandi masse cespitose di piante psammofile (amanti della
sabbia), come la Psarnma arenaria, e
da piante che si trovano di solito associate nel medesimo habitat quali la Cakile maritima e numerose
asteracee nane. L'entroterra vede instaurarsi fasce erbose in cui
concorrono per la maggior parte graminacee alte e numerosissime specie
tipiche della flora circummediterranea, tra cui sono degne di essere
menzionate almeno la Psoralea
bituminosa e la Dibfc marittima. Più all'interno, ove si può osservare l'insediarsi
progressivo della tipica macchia mediterranea, compaiono tutte quelle specie
che maggiormente la caratterizzano: il pino da pinoli, il leccio, numerose
specie di erica, l'oleastro, il pistacchio, il terebinto, il corbezzolo, il
tamarisco e la Smilax aspera.
Quivi la flora del sottobosco non è molto rigogliosa, mentre assume uno
sviluppo più evidente la vegetazione a gariga o addirittura a steppa ove prevalgono le asieracee spinose, la ginestra
di Spagna, l'Ulex europaeus e
la tipica graminacea cespitosa Arnpelo-desrnos
tenax. Nella porzione centrale della regione le già citate
catene montuose determinano la presenza di varie associazioni vegetali. Tocca
alla Sila e all'Aspromonte segnare gli aspetti più caratterizzanti. Gli
altopiani della prima vedono estesi laeie di maggior spicco, sono ovviamente
presenti molti piccoli roditori, lepri e volpi. Molto più numerosi dei Mammiferi sono, com'è ovvio,
gli uccelli, sia stanziali che di passo. In primo luogo la regione annovera
tutti i piccoli uccelli di foresta tra cui meritano una menzione il picchio
rosso maggiore, le cince, il picchio muratore e la ghiandaia, inoltre è
decisamente rilevante la presenza di rapaci, alcuni dei quali rari e preziosi;
relativamente abbondanti sono il gufo comune, l'astore, lo sparviero, il
nibbio reale, l'allocco e la poiana; più raro, ma sicuramente presente, anche
il gufo reale. Il Parco di Calabria Al fine di tutelare le preziosità floristiche e
faunistiche, di cui abbiamo parlato, è stato istituito nel 1968 il Parco
Nazionale della Calabria senza che tuttavia ne fossero delineati i confini
fino al 1978, quando veniva avviata una più oculata gestione del territorio.
Fortunatamente, poiché i territori facenti parte del parco appartengono per
lo più al Demanio dello Stato, anche prima che l'area protetta assumesse
concretamente una fisionomia, le essenze forestali delle zone boschive erano
scrupolosamente curate e la fauna tutelata dal divieto di caccia. Il territoriodel parco è costituito da tre aree
diverse site rispettivamente in una parte delle foreste della Sila Grande, in
una parte di quelle della Sila Piccola e sull'Aspromonte. Dal punto di vista geologico tali aree non sono
molto diverse tra loro essendo il substrato costituito prevalentemente da
graniti e da micascisti di origine arcaica. La vegetazione ivi è
essenzialmente boschiva con foreste di faggio, abete bianco misto a faggio,
pino laricio e castagno; sono pure presenti l'ontano nero e l'ontano napoletano.
Tra gli endemismi vegetali di maggior interesse va inoltre ricordata la
ciciarella (Geniste anglica),
che in questa zona costituisce un vero problema botanico essendo una specie
di prato fiorito nell'area del parco naturale. Tra gli animali, di cui il Parco deve tutelare la
sopravvivenza, al primo posto c'è ovviamente il lupo, reperibile nei settori
silani, mentre sull'Aspromonte è importantissima la presenza del driomio (Dryomis nitedula), un piccolo
roditore grosso circa quanto un ghiro, che costituisce in questa zona una
razza geografica endemica e che in Italia è presente solo sulle Alpi
orientali. Tra gli uccelli va segnalata una piccola popolazione
residua di picchio nero, anch'esso reperibile in pochissime zone del
territorio italiano; oltre che sulla Sila, lo si trova infatti solo sul
Pollino e sulle Alpi centrorientali. Il Parco che nella sua totalità si estende su 17000
ettari (7000 in provincia di Cosenza; 6000 in provincia di Catanzaro e 4000
in provincia di Reggio di Calabria) può essere liberamente visitato senza che
vi sia alcuna formalità da espletare, fermo restando il rispetto della
regolamentazione in vigore. Ogni eventuale informazione può essere richiesta
presso l'Ufficio Amministrazione Foreste Demaniali di Cosenza. Nella zona a cavallo del confine tra Basilicata e
Calabria è stata inoltre proposta, come già detto, l'istituzione del Parco Nazionale
del Pollino
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