«Tutti i socialisti ricostruiscano il Partito socialista. Poi, si apra una discussione su come e perché costruire il Partito democratico» (Pasquino Crupi)

 

 

 

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Socialisti, quale futuro?

 

di Pasquino Crupi

 

Dalle elezioni politiche di aprile 2006 ad oggi sono trascorsi un po' di mesi. Come è noto, i socialisti di sinistra e di destra (Rosa nel pugno, I Socialisti, Nuovo Psi, Federazione dei socialisti) sono usciti con le ossa rotte: a tal punto che, pur essendo storicamente ciarlieri, non hanno avuto lingue energiche, capaci di farli parlare e, soprattutto, di fare, come un tempo si faceva, un'analisi del voto, preludio al cambiamento dei gruppi dirigenti. La tempesta non è passata, pur dopo le recentissime elezioni amministrative, che anche i ciechi vedono accelerare la marcia dei socialisti di tutte le sigle verso il loro dissolvimento: non, però, ineluttabile, solo a patto che non si continui a nascondere la testa e il cervello sotto la sabbia. Non c'è stata ripresa né ripresina. La confusione regna. La bufera infuria. E, quando ciò avviene, la saggezza popolare consiglia che, per non essere spazzati via, giova attaccarsi alle radici dell'albero. Fuor di metafora: alle grandi tradizioni del Socialismo italiano. Invece, tutti in fuga, come mi pare d'indovinare da una presa di posizione di Cesare Marini. Come già aveva anticipato Sandro Principe e, a suo onore, prima della disfatta, perciò senza la filosofia magra del «si salvi chi può», egli induce un tuffo straordinario dei socialisti restanti nel Partito democratico. Per nulla memore della fine ingloriosa dei laburisti nel ventre dei postcomunisti. Naturalmente, Cesare Marini attizza le voglie dei socialisti, ingiungendo che una scelta diversa condannerebbe al ghetto, e orgogliosamente ponendo che la presenza socialista nel Partito democratico farebbe del riformismo socialista una realtà, una guida, un faro. Dal momento - s'intende - che, come nella bella poesia di Malerbe, la Rosa nel pugno è durata lo spazio di un mattino. Storicismo straccione ed enfasi, insomma. Va bene. Il comunismo è morto. Morta ha da essere anche la parola, che lo connotava e denotava. Morto è il Socialismo, e deve morire anche la parola, che lo significava come sol dell'avvenire. Nella geografia politica italiana ha posto solo la parola «democratico». E, pallide ombre, con le spalle girate verso il passato, andiamo nudi, ma compatti, verso la costruzione del Partito democratico dove tra gl'interstizi, lasciati vuoti da Fassino e Rutelli, c'è spazio per i socialisti eccellenti da impoltronare. Poiché ventura degli dei Penati del socialismo nazionale e calabrese è che non condividano le miserie dei socialisti non eccellenti. Ho una visione meno miserabile del presente e del futuro dei socialisti. Mettano da parte, come diceva l'anarchico Enrico Malatesta, il sacco di farina, che hanno ancora superstite sotto il letto. Tutti i socialisti ricostruiscano il Partito socialista. Poi, si apra una discussione su come e perché costruire il Partito democratico con il quale non bisogna confondersi e con il quale non bisogna fondersi con il destino atroce della zolletta di zucchero che si scioglie in un bicchiere di acqua. Addolcendo quello e scomparendo questa nel nulla.

Pasquino Crupi

 

 

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