Cinque intellettuali calabresi intervistati dal giornalista Vincenzo Pìtaro

 

 

 

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Un saggio a più voci

Una visione ampia del fenomeno

che proviene dalla Cultura calabrese

 

di Pantaleone Sergi *

 

 

Tante Calabrie, come si diceva una volta, al plurale, tanti casi Calabria. Non è un modo per ingarbugliare ancora di più un problema già di per sé difficile da definire, ma le tante sfaccettature dei drammi di questa terra fanno ritenere che non esista un «caso Calabria» così come è stato comodamente definito finora, un caso globale, ma tanti casi, separati, con le loro specificità.

Esiste il caso Reggio Calabria, più vistoso, con il rosario di morti ammazzati, con le lupare e i mitra usati al posto dei codici e del diritto, esiste il caso Reggio Calabria del fallimento industriale, dei sogni di sviluppo frustrati, di una città difficile da capire, di una città non capita. Esiste il caso del Reggino, e in esso del Reggino tirrenico, della Piana di Gioia e delle 32 cosche, dei grandi affari di mafia all'ombra della spesa pubblica, della scia di morti e di sangue; ed esiste il caso della Locride, dell'industria dei sequestri che prolifera laddove si pensava di diffondere la cultura industriale (Liquichimica, Jonicagrumi). Esistono i casi dell'agricoltura di sussistenza, dei paesi abbandonati, dell'abbandono delle terre, della nascita, come in tutte le realtà di sottosviluppo, di un sottoproletariato pronto ad ogni avventura, in fondo in fondo anche eversivo.

Esistono poi altri «casi»: il caso Crotone, delle industrie che chiudono, il caso Vibo e delle industrie decotte, il caso Lamezia e l'avventura della chimica, il caso del polo tessile di Castrovillari, Cetraro, Praia, Piano Lago..., il caso di una classe dirigente sicuramente non all'altezza della drammatica situazione, spesso rozza e affaristica, il caso di boss politici rampanti, di vecchi professionisti della politica che predicano su tutto ma sono corresponsabili di tutto ciò che negli ultimi 40 anni è stato deciso o non deciso per questa regione. Esiste ancora il caso di un giornalismo di regime e, se vogliamo, di un'informazione negata.

Tutto è funzionale: non a un processo di crescita e di sviluppo, nonostante la presa di coscienza, il malessere profondo e pronto ad esplodere, ma al mantenimento di una condizione di arretratezza terzomondista, dove i parametri del sottosviluppo non sono soltanto categorie sociologiche ma realtà tangibili, contro cui ci si sbatte il muso quotidianamente.

Se si va alla ricerca delle cause profonde di questa situazione balzano subito in evidenza le cause esterne: con l'unità d'Italia nacquero le colonie del Sud, tra queste la Calabria, e alle condizioni di colonia e di dipendenza si lega il sottosviluppo da cui nascono i tanti casi Calabria, del malessere economico e della mafia, sottosviluppo necessario alla crescita del Nord. Anche l'informazione scritta e parlata assolve questo ruolo.

Com'è raccontata, infatti, la Calabria?

Ho parlato di realtà terzomondista: terzo inteso come altro, altro come estraneo. Ecco: la prima cosa che mi sentirei di dire è che la Calabria quasi sempre è raccontata come una cosa estranea al resto del Paese, come un'altra realtà, un altro mondo. E sarebbe semplice dire che non è così, che la Calabria non è quella dei grandi inviati che in 24 ore debbono capire tutto e raccontare più di tutto. Oggi i giornali sono diventati beni di consumo e anche consumistici. Fatti calabresi che solleticano e appagano il gusto dei lettori di altre regioni vengono gonfiati, ingigantiti, superdimensionati. E il caso dei fatti di sangue (è esemplare quel che è avvenuto a San Luca dopo la strage di Luino, quando vennero celebrati i funerali di quattro presunti rapitori...), di miseria, del ribellismo storico antistatale, delle conflittualità e delle degenerazioni politiche, degli scandali. Le cronache così si riempiono di delitti, di sindaci ladri (che ci sono in ogni dimensione ma altrove non fanno notizia...), anche di drammi come il sisma o le alluvioni. Ma le altre notizie, quelle che fanno tanti altri «casi Calabria», restano relegate alla classica presentazione in pillole, per singoli avvenimenti di cronaca, senza tentativi di lettura. Mi chiedo: chi ha mai letto sulla grande stampa dei gravi problemi di Crotone, l'unica vera città industriale della Calabria, della crisi che minaccia di espellere più di mille operai dal tessuto produttivo? Chi legge più dei ferrivecchi della Liquichimica di Saline, della Sir di Lamezia, delle fabbriche tessili del polo di Castrovillari che sono chiuse da sempre, delle acciaierie promesse, della mancanza di un piano territoriale di coordinamento, di investimenti non fatti, della legge Calabria che giace in Parlamento bloccata da alcune lobby nordiste? È il silenzio totale. Nessuno ha interesse a capire, spesso neppure gli stessi calabresi.

In questa dolente casistica, il problema della 'ndrangheta è sicuramente il più attuale, il più drammatico, quello che balza subito agli occhi anche dei più distratti.

Allora ecco spiegata questa disgressione iniziale: il problema criminale, che spicca tra i tanti casi Calabria, ha bisogno di strumenti di lettura diversi, di essere raccontato in maniera migliore, di analisi che non siano quelle spesso superficiali, del Palazzo per intenderci, secondo cui anche la 'ndrangheta è un fenomeno delinquenziale di serie B.

Purtroppo anche la saggistica più impegnata, contrariamente a quanto è avvenuto per la mafia siciliana su cui esiste una vastissima letteratura, ha snobbato il fenomeno 'ndrangheta di cui come primo dato più allarmante si può cogliere l'aspetto violento. In pochi si sono avventurati sui sentieri semivergini della ricerca per capire a fondo, e quindi spiegare, i mutamenti avvenuti nell'Onorata Società calabrese, che abbandonando il capitolo agrario è diventata impresa e contemporaneamente, non è un paradosso, ha conservato i modelli di iniziazione della mafia arcaica, rurale, quella che già durante il fascismo aveva sperimentato con successo la tecnica di adattarsi al nuovo, sposando le tesi del dominante di turno.

Per questo io ritengo che ogni tentativo di studio del fenomeno 'ndrangheta debba essere incoraggiato e sostenuto: dopo il saggio di Sharo Gambino di cui si parla anche in questo volume di interviste curate da Vincenzo Pitaro, sul piano dell'approfondimento c'è stato veramente poco, molto poco.

Benvenute così queste interviste, apparse in epoca diversa su diverse testate, ma tutte organiche a un disegno che Pitaro si era evidentemente prefisso quando incominciò ad interrogare gli intellettuali su come la vedevano loro la 'ndrangheta: il disegno di una analisi plurima, fatta da angolazioni culturali diverse, frutto di svariate esperienze professionali e umane, di questo fenomeno che come una metastasi invade ormai parte della società calabrese, che si insinua nei meandri della politica e degli affari, che occupa tutti gli spazi possibili dell'economia soprattutto pubblica, che condiziona ogni momento del vivere civile, che sfrutta le speranze di una pronta rinascita economica e sociale della regione, che esporta fuori dai confini calabresi modelli devastanti di violenza davanti ai quali impallidiscono anche le altre sanguinarie mafie italiane.

Alle domande di Pitaro hanno risposto così scrittori (Strati e La Cava) con radici in una zona della Calabria che è stata culla delle vecchie 'ndrine e della nuova 'ndrangheta della droga e dei sequestri, scrittori che hanno, loro malgrado, respirato l'alito di una cultura popolare in cui certi pseudo-valori ancora oggi trovano ampio credito; ha risposto poi un antropologo come Luigi M. Lombardi Satriani a cui si deve una lettura del fenomeno delinquenziale calabrese che non coglie solo gli aspetti folklorici; hanno risposto ancora Sharo Gambino, attento studioso a cui va il merito di avere per primo scientificamente «sistematizzato» il problema, e Gaetano Cingari il quale, con la sua lente di storico, ricerca nelle vicende passate la spiegazione del fenomeno criminale ma da uomo politico impegnato non rinuncia, al contempo, a dare il proprio contributo di idee per risolverlo.

Si ha così, con queste interviste che Vincenzo Pitaro adesso propone in volume e che diventano una sorta di saggio a più voci, una visione ampia del fenomeno 'ndrangheta che proviene dalla Cultura calabrese. E non è poco. Anzi.

* Pantaleone Sergi

inviato del quotidiano la Repubblica

(Prefazione al  libro di Vincenzo Pitaro)

 1996

 

 

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