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In Calabria, la prima loggia massonica italiana? di Francesco Pitaro Incominciò Clemente XII con la bolla In eminenti apostolatus
specula, il 24 aprile 1738. Poi, via via, tutti gli altri. Non c'è
pontefice che, chi più chi meno, non abbia inferto stoccate alla libera
muratoria: Benedetto XIV con la bolla Providas romanorwn pontifìcum, 6
maggio 1751; Pio VII con l'enciclica Ecclesiam, 13 settembre 1821;
Leone XII con la Quo graviora, 13 marzo 1825; Pio Vili con la Traditi
humilitati del 24 maggio 1829; Gregorio XVI con la Mirari vos del
15 agosto 1832. Pio IX sembra ne abbia fatto un punto d'onore - per le note
vicissitudini storione in cui si venne a trovare il suo pontificato -, e
lasciò partire un fuoco di fila contro la massoneria. Furono ben tre le lettere encicliche che egli promulgò, nel suo
lungo regno, per rimarcare la sua avversione ai seguaci di Hiram: Qui
pluribus, 9 novembre 1846; Multiplices inter, 25 novembre 1865; Apestolicae
sedis, 12 novembre 1869. Leone XIII fu l'ultimo pontefice che scagliò
anatemi antimassonici per mezzo di encicliche: Humanum genus del 20
aprile 1884. Tutt'oggi la Chiesa cattolica dimostra di non abbassare la
guardia. Il cardinale Ratzinger, in una Declaratio del 17 febbraio
1982, ha ribadito che «I fedeli che appartengono ad associazioni massoniche
sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa Comunione».
Ultimo a levare la sua mano vindice contro i signori del cappuccio, Giovanni
Paolo lI. Ricevendo i vescovi della Toscana in visita ad limino, egli
ha affermato che «nelle grandi città si avverte l'influenza di gruppi di
potere occulto, mentre si diffonde la pratica di riti esoterici... ». I vaticanologi
hanno letto tra le righe dell'intemerata del Papa, la città indiziata più di
tutte: Firenze. Per tante ragioni. In primo luogo perché in essa vi sono ben
ventotto logge, e tutte attive. Poi perché ha dalla sua antiche tradizioni.
Fiorentino era quel poeta libertino che risponde al nome di Tommaso Crudeli,
considerato il protomartire della massoneria italiana. Infine, la città di
Dante detiene il primato di aver ospitato la prima loggia d'Italia. Ma è
vero? Ecco. Al di là delle condanne di Wojtyla. Al di là dei pareri
discordanti che ne sono emersi, al di là di ogni considerazione di merito, il
pronunciamento del successore di Pietro dell'11 marzo di quest'anno offre lo
spunto per parlare d'altro. Vale a dire se Firenze sia da considerarsi o no la
patria della frammassoneria italiana. Per la verità, il capoluogo toscano viene da tutti indicato come
la città in cui nacque il primo nucleo in grembiule, magliette e compasso
della Penisola. L'evento sarebbe avvenuto quattordici anni dopo quella memorabile
riunione del 24 giugno del 1717 alla taverna «Dell'oca e della griglia»
situata nella corte della cattedrale di San Paolo a Londra. Più che un dato
storico si tratta di una indicazione convenzionale. In base a essa sarebbe
stato un inglese di nome Fox che, insieme con una colonia di suoi
connazionali, avrebbe fondato nel 1731, la prima accolita di free-masons.
Solo in un secondo tempo si sarebbero aggiunti circa sessanta fiorentini, tra
nobili e borghesi. Questa versione, però, non è da tutti accettata. Nel senso che
c'è chi afferma che è esistita una loggia a Roma nel 1724. Anche se più d'uno
obietta che si trattò di un ordine costituito per accogliere i seguaci di
Giacomo II Stuart stabilitesi nell'Urbe (1718). Più o meno ufficialmente si sostiene che la massoneria fu
introdotta a Napoli nel 1731 con una patente conferita a Giorgio Olivares e a
Francesco Saverio Geminiani; quest'ultimo era livornese ed è considerato il
primo massone italiano. Ma un sigillo datato Neapolis 1728, ritrovato
in circostanze fortuite non molti anni or sono potrebbe far pensare a una
officina operante già da alcuni anni. O quantomeno all'intenzione di gettarne
le fondamenta. Di essa si conosce il nome: Perfecta Unione. Dopodiché
non si sa più nulla. La prima loggia d'Italia, dunque, sarebbe stata
edificata intomo al 1730. Bene che vada, e prendendo per buona la versione
degli apologeti romani, si potrebbe risalire al 1724. Ma c'è qualcosa che riporta ancor più in là nel tempo, e che,
qualora venisse accertata in modo irrefutabile, potrebbe «detronizzare»
Firenze dal ruolo di città-leader della massoneria italiana. Un paese della
Calabria ne rivendica la paternità: Girifalco. Di scientifico si ha ben poco. Tuttavia, ciò di cui si dispone è
sicuramente utile per far partire una seria riflessione. Un verbale di
ricostituzione della vecchia loggia girifalchese di per sé non è sufficiente
per tracciare giudizi definitivi. Ma è pur sempre un documento. Per di più di
rifondazione di una loggia - o di rinnovo delle luci di essa - avvenuta
con i crismi della serietà. Perché di questo si tratta: di un registro dei
verbali dai contorni combusti per le conseguenze di un incendio in casa
Tolone-Azzariti dov'era custodito. Non vi è alcun sigillo o intestazione stampata. E questo
particolare costituisce un punto debole. Non vi è riprodotto alcun emblema, e
ciò suscita qualche perplessità. In compenso si riscontrano dei dati e dei
nominativi alquanto interessanti. Sono appena cinque le pagine sfuggite al rogo del 1921. Nel
frontespizio si legge: «Annali della Massoneria a Girifalco, 12 marzo 1845,
di numero centoventiduesimo dalla fondazione di essa a Girifalco, ovvero
l'anno 1723, sotto la degnissima direzione di S.A. il Duca di Girifalco del
nobil casato di Caracciolo di Napoli ». Segue un elenco di ventiquattro
persone. Tutte rispettabili. Insieme con Pietro Fodaro, farmacista, che
dovette essere il promotore dell'iniziativa esoterica, compaiono: Luigi G.
Tolone, notaio; Ferdinando Migliaccio, farmacista; Giacomo Riccio,
possidente; Domenico Magno Oliverio, possidente; Vincenzo Maccarone, dottor
fisico; Raffaele Tolone, dottor fisico; Cesare Desgrò, possidente; Saverio
Quaresima, possidente; Raffaele De Angelis, possidente; Pietro Antonio
Borrelli, possidente; Vincenzo Cimino, dottor fisico; Saverio Conte,
possidente; Guglielmo De Stefani, possidente; Annibale Marra, possidente;
Giovan Battista Garigliani, possidente; Giuseppe Rizzelli, possidente;
Domenico Marinaro, possidente; Gennaro Nicotera, possidente; Rocco Sestito,
notaio; Gennaro Marra, possidente; Carlo Vaiti, possidente. Molti degli
adepti recano accanto al nome la postilla «riservato». Si tratta di una
limitazione nei loro confronti per la semplice ragione che «hanno parenti
preti e non possono essere iscritti alla frammassoneria». Tre giorni dopo la ricostituzione, furono eletti i dignitari.
Stando al manoscritto di Casa Tolone, il 15 gennaio di quell'anno fu fatta la
«votazione per l'elezione del reggente e per il segretario». Risultarono eletti, rispettivamente, Pietro Fodaro e Ferdinando
Migliaccio. Non si conosce la denominazione. Invece si sa che la parola di
passo era Fidelitas. Anche se c'è chi ipotizza che sia questo il vero
nome di loggia. Le riunioni avvenivano, «ogni sabato alla quinta ora dopo il
mezzodì», nell'abitazione di Via Sant'Antonio «sotto la proprietà di D.
Annibale Marra». Ogni iscritto doveva versare la quota di «otto ducati
all'anno per li bisogni communi». Come potrebbe essere arrivata la massoneria in questo comune del
catanzarese non è dato sapere. Se si deve dare credito ai pochi, ma preziosi,
scampoli semicarbonizzati di quel documento, occorre dedurre che ciò dovette
avvenire in seguito al passaggio del feudo di Girifalco ai Caracciolo. E
quindi sarebbe stato nei primi anni del XVIII secolo che questa antica e
nobile famiglia napoletana avrebbe introdotto le pratiche iniziatiche in
Calabria. Gli interrogativi e i dubbi che insorgono sono tanti. La cosa
non è lineare e palmare come sulle prime potrebbe sembrare. Non si è di
fronte a delle testimonianze scritte del tempo, cioè a dire del 1723. Fosse
stato così, molte incognite sarebbero state risolte. Di contro si conserva un
verbale, certamente massonico, che si rifà a una loggia esistente
centoventidue anni prima, nel 1723. Fin a quanto è possibile dare un attestato di veridicità a
quelle cinque paginette bruciacchiate? Rocco Ritorto è uno dei primi studiosi
calabresi che si sono interessati del documento di casa Tolone. Nel suo
saggio La massoneria, dall'«Oca e alla graticola» di Londra alla Costa dei
gelsomini in Calabria (1989), ha abbozzato una sua versione
interpretativa. «Non è certo agevole» afferma «riconoscere o provare
l'autenticità di alcuni fogli di carta scampati ad un incendio, sulla base di
ipotesi, per quanto suggestive e non facilmente accreditabili». Le congetture possibili sono tante. Si potrebbe sospettare, fra
l'altro, una macchinazione, una mena per far montare eventuali calunnie
contro qualcuno particolarmente inviso. A qualche clericale in vena di tirare
a quegli anticristi uno scherzo da prete, tanto per restare in tema. Ma in
tale ipotesi potrebbero andare bene i nomi della rinata loggia del 1845.
Apparirebbe, al contrario, un vero nonsenso il riferimento alla sua antica
progenitrice del secolo precedente. Non c'era motivo plausibile ad andare a
rispolverare i lustri del passato per denigrare il presente. Tanto più che
non è riscontrabile alcuna connessione tra i due periodi. È più logico
pensare che effettivamente sia esistita una comunità liberomuratoria in
Calabria. Essa potrebbe venire considerata l'antesignana di tutte le altre
che furono impiantate negli anni successivi. Anche se in questo occorrerebbe
supporre l'esistenza di una massoneria nel napoletano. Sicché Girifalco
verrebbe a perdere comunque la sua «primazia». Campanilismo a parte, qui non è in discussione il fatto se il
centro calabrese abbia dato o meno la paternità alla massoneria italiana. Va
da sé che appare remota la possibilità che un paese - per di più piccolo e
periferico - della lontana provincia possa ambire a tanto. Ci si chiede però
se quel verbale sia da ritenersi autentico. E probabilmente lo è. Ma è
altresì attendibile? E vero cioè che l'anno di nascita della locale loggia
vada fatto risalire proprio al 1723? Chi può stabilirlo? Ritorto, nei suoi ragionamenti, si dimostra possibilista; è
piuttosto incline a riconoscerne la veridicità. Non si capisce come non se ne
sia parlato prima dell'incendio e come quel brogliaccio sia rimasto così
lungamente nascosto e sconosciuto. «Fu una scelta obbligata» prosegue lo
scrittore di Sidereo «trattandosi di massoneria e quindi di associazione
segreta». Gli scettici poi potrebbero essere indotti a inficiare quell'atto
pensando a una manipolazione ad arte, a una redazione a posteriori, a
una burla. E per quale scopo? Le stesse persone i cui nomi compaiono a piè di
lista non l'avrebbero certamente consentito. Non avrebbero mai permesso che
essi stessi si facessero strumento di una trovata goliardica di cattivo
gusto. Ne avrebbero tollerato di dissacrare l'istituzione in cui credevano e
di cui facevano pane. Riesce diffìcile capire, infine, quali recondite
finalità si sarebbero volute perseguire con un eventuale ricorso
all'artificio. «Comunque si guardi la cosa» è la convinzione di Ritorto «essa
torna sempre a favore dell'autenticità del documento. Se così è, e non
dovrebbe essere altrimenti, nulla toglie all'importanza rivestita dalla
loggia toscana ... né vengono ridimensionati i meriti dell'abate Antonio
Jerocades». Dio non voglia! È convinzione diffusa che la massoneria sia stata
introdotta in Calabria, come movimento di élite, dal sacerdote di Parghelia
tra gli anni 1789-'92, allorché fondò una loggia a Catanzaro, stando a quanto
scrive Armando Dito. Ma anche qui, come nel caso del «primato» fiorentino, si
ha a che fare con una verità convenzionalmente accettata, più che dimostrata. Che il pensiero massonico sia stato importato tempo prima è
pressoché certo. Non solo per mezzo di feudatari illuminati napoletani, ma
anche tramite i tanti mercanti calabresi (non pochi erano di Parghelia) che
veleggiavano alla volta di Marsiglia, Rotterdam, Lisbona, e dove sicuramente
assorbirono molte cose della cultura di quelle genti. Il documento di Girifalco, ancorché di per sé non sufficiente,
resta pur sempre un punto interrogativo e una probabilità circa l'esistenza
di un cenacolo di «figli della vedova» in Calabria che risalga ad antica
data. Più antica di quella relativa alla loggia dell'inglese Fox a Firenze. E
ciò per quanto riguarda la massoneria cosiddetta speculativa. Quella
operativa dovette essere introdotta molto tempo prima: almeno agli inizi del
XVII secolo. Le incisioni sul portale granitico del Palazzo Lucifero a Gerace
ne sono un'evidente ed eloquente testimonianza. Ma questo è altro discorso. Francesco Pitaro (www.laltracalabria.it) |
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