Esclusivo saggio di Mario La Cava su Cesare Pavese, confinato per oltre un anno, dal 1935 al 1936, durante l'epoca del fascismo, in un piccolo paese della costa ionica, a Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria

 

 

 

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Cesare Pavese

e la Calabria

 

di Mario La Cava

 

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Come non è possibile conoscere se stessi, se non si esce dalla prigione dei sensi e non si diventa quasi estranei alla propria persona, così non è possibile conoscere il paese nel quale si è nati, se, accanto ai dati della meditazione storica, non si facciano termini di raffronto con altri paesi.

Da questo punto di vista la testimonianza dei forestieri che abbiano vissuto nel paese nel paese che si vuole considerare, può essere sommamente utile.

Nel caso della Calabria, l’esperienza di Cesare Pavese, confinato per oltre un anno, dal 1935 al 1936, durante l’epoca del fasci­smo, in un piccolo paese della costa ionica, a Brancaleone, in provincia di Reggio, è stata non solo fonte d’ispirazione per alcuni tra i suoi più bei racconti («Il carcere» in «Prima che il gallo canti» e «Terra d’esilio» in «Festa di notte») ma occasione di interessanti osservazioni sparse da lui nel contesto della sua lirica espressione.

Indipendentemente dalla loro valutazione estetica, si possono benissimo isolare per dare idea di un giudizio, che se non è quello complesso di un sociologo, è sempre quello di un poeta, dotato di senso critico penetrante.

Non dice cose che non si sapessero, ma le dice con un accento originale.

Chi, tra i calabresi, le legge è portato ad apprezzarle per l’aiuto che gli dà a comprendere meglio la propria regione.

Per non dire che servono bene a illustrare il punto di vista dal quale si mettono i settentrionali - Pavese era piemontese - quando parlano delle cose del Sud.

«Guardavo con occhi tanto scontrosi» dice Pavese con candore; la sua fine sensibilità non poteva non suggerirgli il sospetto di essere stato ingiusto: «Rimpiango di non avervi messo un’atten­zione più cordiale».

Per questo certamente il paese della sua residenza obbligata gli sarà sembrato peggiore di quello che realmente era: «Consideravo quello sporco paesello un po’ come un castigo. E castigo fu, per tutti i mesi che ci stetti, mentre di osservazioni esotiche andai non poco deluso».

In realtà anche la Calabria è Italia: un’Italia minore, misera e angustiata, dalla quale non ci possiamo estraniare, come da una colonia molesta. Pavese ne sentiva il dramma; e nei racconti suddetti l’obiettiva riflessione si univa all’espressione del suo lirico sconforto, di uomo tormentato e solo. Prima osservazione da fare è che tutti ne vorrebbero scappare, come da un luogo infetto. «Pensano all’Alta Italia più di noi» dice Pavese. Per­ché? Soltanto per le ben conosciute ragioni economiche o per altro ancora? La miseria è desolante: «Specialmente all’imbrunire si sentiva quella povertà».

Pavese aggiunge: «Non c’era un solo contadino tra le stoppie. Altre volte incontrandone di vestiti su per giù come Barbariccia, o seduti sulla groppa di un asinello, lesti a toccarsi il berret­to; o donne infagottate, scure, con cesti, seguite da capre e marmocchi; aveva sentita e fantasticata una vita dura di stenti e la più torva delle solitudini, quella di un’intera famiglia sopra un suolo ingrato». Si capisce come in tali condizioni la cattive­ria umana possa trovare alimento. Nell’osservazione seguente, però, la naturale sospettosità di Cesare Pavese ha modo di mani­festarsi: «Le catapecchie, le rocce del poggio, le siepi carnose, ridiventavano una tana di gente sordida, di occhiate guardinghe, di sorrisi ostili». Tra tanti poveri, figuratevi cosa debbono essere i mendicanti: «Stefano aveva un giorno incontrato un mendicante scalzo, che avanzava a balzelloni come se i ciottoli gli scottassero le piante. Era seminudo e coperto di croste, d’un colore bruciaticcio come la sua barba e quei salti d’uccello ferito si complicavano di un bastone che incrocchiandosi alle gambe accresceva le difficoltà». «Capisco ora cosa sia un pezzen­te», commenta Pavese.

A tale situazione disperata, corrisponde bene molte volte l’ari­dità della natura estiva: «Erano atroci quelle siepi, grasse, ammassate carnosamente come se l’aridità di quella terra non conoscesse altro verde, e quei fichi giallicci che incoronavano le foglie fossero davvero brandelli di carne. Stefano aveva sovente immaginato che il cuore di quella terra non poteva essere nutrito d’altro succhio, e che nell’intimo d’ognuno si nascondes­se il groviglio verdastro».

L’impressione di Cesare Pavese era che i calabresi fossero impe­tuosi nelle passioni: «Chi poteva sapere quanto sotto la sua gentilezza Giannino fosse feroce? Non era di quella terra?» dice di un personaggio amabile di quella borghesia paesana, diventato suo amico. Nel complesso, però, il suo tormento era dato non tanto dallo spettacolo atroce di quelle miserie, quanto degli aspetti più deprimenti della meschinità paesana.

«Ostico e vuoto era proprio il vivere della gente: parole e fogge di una sciatta realtà, che snaturavano resti di un remoto impene­trabile. Con un’indolente vivacità gli uomini uscivano a tutte le ore dalle casupole per recarsi dal barbiere. Pareva non prendes­sero sul serio la giornata».

Cesare Pavese qui avverte il carattere di tragica decadenza di una antichissima civiltà, non la sua assenza, la sua degenerazio­ne più che il suo arresto. Anzi c’era da notare più malizia, che ingenuità, e dice: «In quel sorriso lo mordeva l’amarezza di aver creduto i primi giorni all’ingenuità del paese; e c’era pure la ripugnanza a scoprire ciò che gli altri commettevano di sordido. Più che il fatto era il tono canzonatorio di chi raccontava, che gli dava fastidio. Gli impediva di amare comodamente come sempli­ci cose le persone».

Cesare Pavese viveva in mezzo a loro, ai borghesi di quel paeset­to di marina, oziosi, pettegoli, incapaci, e volentieri ne avreb­be fatto a meno. Ammette che ci fossero delle brave persone, quando dice: «Come tutti i sorrisi di quella gente, anche quello del calvo Vincenzo era discreto e dolce: usciva dagli occhi scuri, pieno di sollecitudine». Ma sostanzialmente il suo più vero sentimento era quello del ribrezzo a confondersi con tanta gente inferiore a sé. «Sapeva che dappertutto è paese, e le occhiate incuriosite e caute delle persone lo rassicuravano sulla loro simpatia». Ma poco dopo conclude: «Voleva essere solo, rintanato. Gli ballavano intorno le facce degli altri, ridenti, vaghe, clamorose, sciocche, come nella gazzarra del giorno prima; attente e ostili come ai primi tempi, come un’ora fa. Gli occhi pieni d’intrigo, quelle dita insinuanti, gli facevano aggricciare la pelle. Sentiva parti di se stesso in balia altrui». Forse avrebbe potuto trovare il riposo dello spirito nella frequenta­zione dei veri elementi popolari, dei contadini, dei piccoli proprietari di campagna, dei pastori, più semplici di mentalità, ma spesso più profondi dei borghesi di paese. Ma Cesare Pavese era troppo cittadino per avvicinarsi ad essi. L’esperienza vera­mente popolare gli era vietata. Egli non poté afferrare, come accadde a Carlo Levi, il valore positivo della gente di campagna, e non riuscì ad altro che a vagheggiare poeticamente l’amore libero e silvestre in una popolana, la Concia. Le sue osservazio­ni si limitarono ai costumi paesani. Da notare che, parlando di Brancaleone, si trattava di un paese di marina, nel quale, come in quasi tutti i paesi di marina del Sud, gli elementi borghesi o che ai borghesi si potevano affiancare per lo spirito di classe che li animava, erano superiori, anche per numero, a quelli schiettamente popolari. Riguardo alla situazione della donna nella società, dice: «Nessuno voleva vedere in strada la sua donna. Uscivano le vecchie, uscivano le bambine, ma le spose, le fiorenti, non uscivano. Per questo, certo, il paese era inimita­bile».

Da ricordare qui che si tratta di condizioni riferentisi a un passato oggi pressoché scomparso. Allora c’era pure la separazio­ne dei sessi, al mare, il che oggi non la si troverebbe in nessun paese del Sud, per quanto piccolo e primitivo.

Pavese dice: «Stefano non provò la curiosità di andare alla fiumara per spiare le bagnanti. Accettò quella tacita legge di separazione come accettava il resto».

Cesare Pavese amava il mare, dove trovava conforto alla sua solitudine. Faceva sempre il bagno, con grande meraviglia di tutti. «Questi sfaccendati si stupivano che tutti i giorni Stefa­no se ne andasse alla spiaggia».

Così sono i nati nelle marine, nei riguardi del mare, da essi spesso dimenticato. Sempre a proposito delle donne, e dei rappor­ti con gli uomini, Cesare Pavese osservava: «Di coppie non se ne vedevano». Si riunivano gruppi di ragazze a passeggiare, freddi e distanti gli uni con gli altri: «Se qualche gruppo s’incrociava, si sentivano asciutti saluti». Le donne, nei piccoli paesi meri­dionali, sono particolarmente ostili tra di loro: la sistemazione matrimoniale, l’amore, sono cose difficili. Pavese nota dei giovani che si vantavano di avere relazioni con donne: «Ma che quei giovani facessero all’amore non era convinto». La donna poi perde talora le sue caratteristiche di attrazione, per le ecces­sive mortificazioni: «Donne? Non ne ho vedute. A meno che chiama­te donne quelle sottane che ballavano tra di loro, sotto gli occhi del parroco. Con gli uomini non ballano mai?».

La sobrietà, anche in occasioni di festa, gli pare un’altra caratteristica da ricordare: «Siete vergognosi. Da noi ci si ubriaca tutti quanti».

Vi si trova il particolare orgoglio di coloro che sentendosi infelici, s’industriano di fare vanto perfino delle loro tristez­ze. Del mendico Ciccio, lo scemo, Cesare Pavese ricorda: «A me ne avevano parlato - come di ogni loro cosa - con orgoglio».

I disperati sono spesso sporchi. E Pavese, che ne sapeva qualco­sa, non se ne meraviglia: «Da noi si dice che voialtri siete sporchi. Credo di essere più sporco di voi...».

Nella monotonia di quella vita, le feste tradizionali sono occa­sioni di piacevole movimento: «Sotto Natale il paese s’era un po’ animato. Stefano aveva veduto ragazzi mocciosi e scalzi girare davanti alle case, suonando trombette e triangoli e cantando con voci acute le buone feste. Poi attendevano pazienti che uscisse qualcuno - una donna, un vecchio - che metteva sulla sporta un po’ di dolce o fichi secchi o arance o qualche soldo».

I poveri in quei giorni fanno spese pazze, per dimenticare la loro miseria: «Il negozio di commestibili di Fenoaltea lavorò assai in quei giorni. Venivano villani, povere donne, serve scalze, gente che non sempre mangiava pane, lasciavano alla porta il somarello bardato; e compravano, magari sul raccolto futuro, cannella, garofano, fiori di farina, droghe, per i dolci di Natale».

Si capisce come una vita simile, disperata per certi aspetti di povertà estrema e odiosa, e per altri aspetti di piccolezza meschina e inutile, dovesse sembrare per Cesare Pavese, con le sue aspirazioni a una libera vita intellettuale e la sua espe­rienza di un mondo concreto di lavoro e di gioia, un sogno o un gioco fittizio, un’avventura fantastica. La sua lontananza dai centri di cultura era opprimente. Pavese dice: «Soltanto lui sentiva un vuoto, un’inutile pena, e confrontava quella gente col mondo lontano dal quale un giorno era scomparso. La cella era fatta di questo: il silenzio del mondo». Non fa meraviglia, quindi, che concluda: «Anelavo ormai di andarmene come da un’iso­la deserta».

Parole di un poeta, certamente, e di un poeta disperato in parti­colari condizioni di disagio e in un periodo infausto della nostra storia. Ma parole, in ogni caso, da meditare perché, se ci siano in Calabria paesi opprimenti col loro costume inamabile e infelice, si modifichino rapidamente coi mezzi offerti dalla comunità nazionale e soprattutto con l’opera rasserenatrice dell’uomo che sappia unire civilmente il vantaggio di sé con la gioia di tutti.

 

 

da «Antologia di Scritti Calabresi» di Vincenzo Pitaro

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