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Il Bruzio di Vincenzo Padula di Giuseppe Julia Davvero interessante questo saggio di
Giuseppe Julia sull’aspetto giornalistico dell’abate Vincenzo Padula, poeta, giornalista
e scrittore, vero antesignano del rinnovamento letterario in Calabria. L’«Ariosto delle Calabrie», come lo
definirono, nacque ad Acri il 7 gennaio 1819 ed ivi morì il 25 marzo 1893.
Espulso dall’insegnamento della religione perché accusato di «comunismo»,
avendo incitato i contadini contro gli agrari usurpatori di terre, ottenne
(una volta unificata l’Italia) una cattedra nel liceo di Cosenza. Fu proprio
in questo periodo che fondò Il Bruzio, giornale
in cui trattava problemi di carettere politico-sociale. I suoi articoli
ritraevano, infatti, le condizioni reali della regione con una «eloquenza
stupenda di forma», come ebbe a dire Benedetto Croce. Tra le sue opere più significative -
oltre alle novelle in versi dal titolo Il Monastero della Sambucina,
alle altre poesie e al dramma Antonello capobrigante calabrese -, non
a caso troviamo gli Scritti giornalistici apparsi, per l’appunto, su Il
Bruzio. (Vincenzo Pitaro) Il 1° marzo
1864, quando uscì in Cosenza il primo numero de Il Bruzio, era prefetto
della città un amico e ammiratore di Vincenzo Padula, il Comm. Enrico
Guicciardi. L’Italia meridionale era stata annessa da quasi quattro anni al
resto della penisola, ma ancora non si poteva parlare di fusione degli
spiriti. Bisognava perciò aiutare il governo nazionale in un’opera vasta e
non facile di amalgama delle coscienze. Alcune regioni, ognuna con una sua
fisionomia inconfondibile e una tradizione secolare, mal vedevano un
appiattimento e un livellamento generale. Il dialetto napoletano e quello
siciliano fremevano di sdegno, se pensavano di dover credere a quello duro
del Porta. Il Nord, intraprendente e dinamico, il Sud, fatalista e un poco
apatico verso la novità, costituivano due blocchi separati, che bisognava a
tutti i costi far combaciare tra loro, perché si fondessero in una unità politica
inscindibile. Indietro non si poteva ritornare più, dato che ogni realtà
nuova ci condiziona sempre come una verità assoluta. «Mandai
fuori», scrive il Padula, «un giornale col nome Bruzio per aiutare il governo
in tempi difficili». L’opportunità del suo giornale era stata avvertita in
provincia e fuori, data la particolare situazione politica del momento.
Glielo confermò subito un nutrito numero di lettori: persino il Console di
Sassonia a Napoli ne aveva chiesto un esemplare per il suo governo, e un
altro la Biblioteca dell’Università. Lo scopo era nobilissimo: richiamare i
Calabresi alla nuova realtà politica e farla loro accettare, per cui, in
forma piana e a tutti accessibile, ai colti e agli incolti, spiegava la
natura di un governo istituzionale e come esso si regga; l’opportunità del
nuovo sistema di pesi e misure, rispetto a quello confuso e difficile dei
Borboni; quando si doveva esser grati al governo, che ci apprestava
un’istituzione pubblica di Stato, che costava meno e rendeva di più; che il
potere temporale della Chiesa era un anacronismo, e via di seguito. Così la
borghesia leggeva, il popolino leggeva, e acquistavano maggior senso di
libertà, mentre davanti ai loro occhi, fino allora oscurati, si profilava la
realtà di un mondo nuovo, contro il quale a poco a poco non si sentivano più
avversari irriducibili. Però Il
Bruzio non si accontentava di una visione degli avvenimenti limitata
alla sola regione calabrese, perché amava spaziare con lo sguardo per le
corti di Europa, riportando in sintesi, dei governi di allora, le notizie più
salienti e più atte a ridestarci dai nostri torpori e dalla nostra
lassitudine. Mi paiono piccoli capolavori di prosa giornalistica, ad alto
livello culturale, quei suoi «Dispacci Elettrici», che, se non erro, sono
poco conosciuti, dato che è invalso l’uso di prendere in considerazione del
Padula solo gli aspetti più strettamente legati a una sua protesta sociale. Gli
costarono una fatica improba e molte odiosità le sue battaglie
giornalistiche, che sarebbe più opportuno definire battaglie per una missione
politica. Da prima il Padula non si era reso conto che le nostre resistenze,
forse anche caparbietà, ad accettare la nuova realtà storica non erano
determinate da ignoranza o di superstiziosa titubanza nel dover saltare un
fosso, ma da un nostro giustificato orgoglio, avvertito da tutti: nobiltà,
clero, borghesia, artigiani, contadini, in quanto vedevano che non eravamo
noi a salire al Nord, ma era il Nord che si degnava di scendere da noi, per
insegnarci tante cose e per renderci partecipi delle sue esperienze.
Insomma, ricevevamo una lezione di civiltà: non la davamo noi, che ci siamo
sempre vantati di essere gli eredi primogeniti del pensiero greco. Tralasciando
ora ogni considerazione sulla realtà oggettiva di una situazione politica,
non possiamo fare a meno di riconoscere che, sul piano dei sentimenti e delle
tradizioni, doveva risultare umiliante per la città di Napoli vedersi
cancellata dal ruolo di capitale di un regno per entrare in quello di
semplice capoluogo di regione: l’umiliazione di Napoli era anche la nostra
umiliazione, e la cancellazione da un ruolo importante ci rendeva depressi. Gli uomini
di cultura si resero subito conto che indietro non si poteva più tornare, e
seppero trovare, in una reale e profonda meditazione della loro storia
presente, il motivo valido per sopportare quello stato di disagio morale. Ma
il popolino, no! Nonostante tutto, esso amava ancora il suo re e la sua
regina, quella che prima della novena di Natale lavorava con ogni impegno a
rivestire a nuovo i pastori per il suo presepio. E forse proprio
dall’incomprensione di questa nostra situazione di disagio morale si origina
la scintillante e viva satira politica, che permea di sé quasi tutte le prose
de Il Bruzio di Vincenzo Padula, giornalista nato, appassionato e
sincero, nel cui petto si ripercuotevano con dolore le voci di angoscia del
nostro popolo, sempre vinto, sia sotto le dominazioni precedenti che sotto
quella dei Piemontesi, i quali, entro ogni nostra speranza e aspettativa,
ratificarono, con un silenzio complice, le usurpazioni delle terre
demaniali, perpetuando così fino ad oggi una situazione grave d’ingiustizia
sociale. Sbaglio, se
mi pare che su questo punto doloroso delle terre usurpate, che almeno sotto i
Piemontesi si sperava dovessero essere restituite ai legittimi possessori, la
voce di Padula giornalista taccia molto a lungo? Per cui, quando scrive: «Indicatemi
gli abusi, di cui siete testimoni, ed io li denuncerò solennemente,
francamente, inesorabilmente; indicatemi i bisogni che soffrite, i
miglioramenti che aspettate, e voi troverete in me l’uomo che non ha mai
creduto che la via della libertà e del progresso abbia un termine e un punto
dove far sosta», mi sale alla mente il detto popolare: Malà, nnì vû
sanità? (Malato, ne vuoi salute?). I
finanziamenti per il giornale credo che gli provenivano dal governo
attraverso l’interessamento dell’amico prefetto Guicciardi. Poi, quando
questi lasciò Cosenza, perché eletto senatore, e i fondi si assottigliarono, Il
Bruzio cessò di vivere, e con esso cessò anche una voce di protesta, che
se non riuscì a scardinare del tutto tra noi un vecchio feudalesimo, servì
almeno a preparare una coscienza nuova, rivelandoci dolorosissime piaghe, e
indicandoci il rimedio per avviarle a guarigione. Inoltre, dopo mesi e mesi
di denunzie di corruzione amministrativa nella provincia e negli enti
pubblici, e di attacchi violenti contro questo e contro quello, se pure a
ragione, le simpatie cominciarono a scemare e gli abbonamenti (allora
associazioni) a diminuire. Già se ne lamenta con un «Appello alla generosità
degli Associati» l’8 aprile 1865. Ora, a parte
tutte queste considerazioni, che sono di natura prettamente contingenti, per
non dire secondarie, resta sempre il fatto che Il Bruzio presenta un
innegabile valore estetico, se l’autore stesso credette opportuno di
raccoglierne in volume, arrivando però solo al primo, gli articoli più
significativi ed artisticamente più qualificati. Perché dunque Il Bruzio
s’impose, su tutti i giornali calabresi del tempo, all’attenzione e alla
simpatia dei lettori, tornando a rivivere oggi? Secondo me, tutto il merito
di ciò va dato a quella forma linguistica, che egli seppe mediare,
sapientemente e misuratamente, dal nostro popolo, o per meglio dire a quel
suo vocabolario personale, che si era fatto a poco a poco, scoprendo che
molti vocaboli calabresi, se pure storpiati nella pronunzia e nella grafia,
erano regolarmente registrati nei migliori dizionari ufficiali della nostra
lingua, compreso quello della Crusca e l’altro non meno autorevole di Pietro
Fanfani, che teneva di preferenza sul tavolino. Gabriele
D’Annunzio andrà alla caccia di vocaboli aulici, solenni, aristocratici,
usandoli dopo un’accurata ripulitura dalla patina del tempo, perché non
sembrassero nemmeno lontanamente popolari e quindi rustici. Vincenzo Padula
invece andò pure a caccia, ma a caccia di vocaboli calabresi, di cui scopriva
con segreta compiacenza sia l’esistenza che la corrispondenza di significato
coi termini ufficiali registrati nei dizionari. Il suo fu un
esercizio utile di rinverdimento: ciò che si riteneva sterpo, era invece un
ramoscello in riposo, in attesa dei tepori della primavera per esplodere
nella sua piena vitalità. Noi usiamo
dire, parlando in dialetto: Hanu misu ‘a scisa alli pisci (hanno messo
l’assisa ai pesci). Ebbene, il termine «scisa» è registrato nella forma di
«assisa» (tassa, prezzo) nel Dizionario di Salvatore Battaglia, e usato
persino da Giovanni Villani, quando scrive: «A raddoppiare sopra il popolo
“assise” e gabelle». Oltre a
questo esempio di perfetta corrispondenza linguistica tra il dialetto
calabrese e la lingua madre, si riscontrano ne Il Bruzio anche
vocaboli strettamente italiani, coi quali il Padula traduce alla perfezione i
termini che il dialetto non gli offriva. Conoscitore
profondo della lingua italiana, non ama le circonlocuzioni, di cui si
servono coloro che possiedono un corredo limitato di vocaboli. Ecco un
esempio: l’ultimo pulcino della covata, che, nato debole, si muove a stento e
con le alucce abbassate fino a terra, in perfetto italiano si chiama «cria».
Il nostro dialetto non ha «cria», ma «scacanaturu». Padula in un suo brano in
lingua adopera il termine «cria», che nella sua penna si spoglia di ogni
preziosità, per assumere un significato umile, quasi popolare e di tutti i
giorni. In verità,
studio Padula da venti anni, ma debbo dire che non conosco di lui altra prosa
più fresca ed originale di quella de Il Bruzio! C’è sì
quella solennemente teologica dei panegirici sacri, quella dotta dei problemi
di estetica, quella un po’ encomiastica degli elogi funebri, quella
freddamente colta della Protogea, ma nessuna di esse raggiunge l’efficacia
del dettato de Il Bruzio per vivezza e freschezza d’immagini, per
colorito, per calore d’impegno e sincerità di emozione. Il Padula, creatore
di una prosa nuova, uscita solo dalla sua penna, che non si rifà all’esperienza
stilistica di nessun altro scrittore, è tutto qui, nel suo Bruzio: prosa
brillante, fosforescente, giornalistica, accessibile a tutti, non pesante,
non compassata, non puotiana, se mai manzoniana, ma sempre ricca di tanti termini,
che non noti a molti, emanano il fascino del nuovo e dell’ignoto, che
conquide. Non esisterei a definirla una prosa d’arte, anche se talvolta la
sintassi è zoppicante, e certi modi di dire dialettali, che egli talvolta
usa, non combaciano perfettamente coi costrutti della lingua ufficiale, che
perciò ne risulta un po’ umiliata. Ho citato
Manzoni. Potrei citare anche Verga, se non che la prosa di Padula non
assomiglia né a quella dell’uno, né a quella dell’altro. Troppo siciliano
Verga; troppo scarso di termini Manzoni: Padula potrebbe essere definito il
D’Annunzio del nostro dialetto. Ecco come,
servendosi di termini e immagini del nostro popolo, egli spiega ai lettori
del suo giornale, colti e incolti, che cosa sia un governo costituzionale:
«Vi ha una scienza chiamata Chiromanzia: gli antichi la intendevano, i
moderni non ne capiscono un’acca... Ora chiudete la mano, ed avrete
l’immagine del governo assoluto. Il governo assoluto è un pugno; governa a
forza di pugna, e cade a furia di pugna. Nel pugno tutte le dita sono chiuse
ed immobili; e nel governo assoluto, tutte le classi sono chiuse in prigione,
o cristallizzate... Aprite ora le dita, e chiudete l’ultimo: avrete
l’immagine del governo costituzionale. Il pollice è il re, con due falangi,
cioè potere esecutivo e potere amministrativo. L’indice è la Camera dei
Deputati... il medio è la Camera dei Senatori... L’indice e il medio soli non
possono far nulla. Egualmente le due camere sole nulla possono senza il
pollice, senza il re». Una
spiegazione ingenua, se si vuole, ma ingegnosa ed efficace, specie per il
popolino, a cui il poeta si rivolgeva con lo stesso interesse con cui si
rivolgeva ai dotti. Ci sono vari
altri punti della vita politica di allora, verso cui rivolge il suo sguardo
acuto e indagatore, scoprendo clientelismi, corruzione, arbitri,
brigantaggio, rapine. Anche allora come oggi i rapinatori mozzavano gli
orecchi ai rapiti, se le famiglie tardavano a pagare il riscatto: «I nostri
briganti hanno studiato il Diritto Romano, che imponeva al debitore di pagare
aut in aere aut in cute. Il Bellusci che sequestrò... il parroco
Romito e don Romualdo Antonucci ha tagliato a costui un orecchio. Un’orecchia
recisa è una cambiale in vista; si avvolge in uno straccio di carta, vi si
scrive sopra l’indirizzo, e si manda alla famiglia del sequestrato». Scrive
inoltre articoli importanti sulla pubblica istruzione e dà spazio nel
giornale al prof. Vincenzo Dorsa, che puntualizza il fenomeno del rigetto
delle scuole di Stato da parte dei ricchi, che «credono degradarsi...
mandando i loro figli a sedere di fianco ai vispi fanciulli, che dà il
popolo»; e sul potere temporale dei Papi, affrettandone la fine nel suo
intimo di prete liberale: «Il giorno che il Pontefice cederà Roma
agl’italiani, è vicino: la pubblica opinione lo incalza, il bisogno di
evitare uno scisma nella penisola glielo persuade, l’interesse della Fede e
del costume glielo impone, la Francia glielo consiglia. Allora Roma sarà la
vera Roma; conterrà nel suo grembo il re degli italiani e il Padre di tutti i
Fedeli, né l’autorità dell’uno potrà mai inceppare quella dell’altro». Riferendosi,
altrove, a un suo studio sullo «Stato delle persone in Calabria», che intende
pubblicare su Il Bruzio, scrive: «Le indagini delle quali ci
occuperemo, sono della massima importanza, se non per i nostri lettori
calabresi, per quelli almeno dell’alta Italia, i quali ignorano le nostre
condizioni». E’ una disamina attenta, minuta, delle volte anche drammatica
questa che Il Bruzio ci ha lasciato sui mali della Calabria, che su
per giù allora erano i mali di altre regioni d’Italia. Secondo me Il
Bruzio rimane per noi una pagina storica e niente più: non può essere
cioè l’eco perenne di una triste realtà calabrese, che si perpetuerebbe
disgraziatamente anche oggi. Diversamente, dovremmo confessare e con vergogna
che siamo refrattari a ogni vento di civiltà, e che lo stesso socialismo, a
cominciare da quello utopistico e sentimentale di De Amicis, il liberalesimo
e poi il comunismo non hanno potuto apportare alcun frutto salutare in mezzo
a noi. Negare l’odierna realtà politica ed economica della Calabria, al passo
con le altre regioni d’Italia, è un atto ingiustificato di autolesionismo. Oggi,
purtroppo, si corre - mi sbaglio? - di preferenza dietro un Padula impegnato,
lasciando in ombra il poeta, il prosatore nuovo, l’umanista. La sua denunzia
dei nostri mali è valida soltanto per il suo tempo. Coloro che lo studiano
solo sotto questo profilo, credono di tenerlo in pugno, ma egli sfugge loro
dalle mani, con un Proteo. Non si lascia trattenere con facilità, per cui
tanti studi monografici, ma nessuna visione panoramica. Bisogna avere la
costanza di leggerlo tutto, prima di poterne parlare con cognizione di causa.
Chi non lo ha letto e meditato tutto, non può fare uno studio completo su di
lui, e quindi un ritratto fedele. Finora è venuto fuori un Padula impegnato
fino alla radice dei capelli, e quel che è peggio un Padula pornografico ex
professo, contro il quale mi vado battendo da anni per riportarne la
figura dentro la sua vera cornice. Padula, prete liberale, è tutto ne Il
Bruzio. Ogni risvolto della sua anima vi è racchiuso. Basta leggerlo attentamente e senza
prevenzione. Io lo leggo come leggo La storia della colonna infame, Gli
ultimi casi di Romagna, Da Quarto al Volturno o come una bella, ma
cattiva, pagina di una Stroncatura di Papini. Nel Padula non si avverte una
visione machiavellica della politica e della storia, perché non consona alla
sua coscienza di sacerdote, anche se liberale. Nello stesso tempo bisogna
pure convenire che la politica del Padula non attinge mai i vertici o gli
abissi di una scienza, diabolica per taluni, in quanto la sua considerazione
dei rapporti tra gli uomini è sempre la visione di un poeta con le sue
intemperanze e i suoi sogni, coi suoi sdegni e le sue paci, nella speranza
che un irenismo universale mutasse le sorti del mondo. Il Manzoni
guardava il mondo e lo giudicava attraverso un ristretto cantuccio, che si
era riservato nella tragedia, cioè attraverso il coro. Il Padula non ha un
cantuccio, ma addirittura un podio, che è Il Bruzio, e da lì parla,
esprime pareri, si confessa, canta i suoi inni religiosi e civili (ce ne sono
circa 25), e combatte la sua battaglia moralizzatrice con l’impeto del
giustiziere, quello stesso impeto che fu anche di Ferdinando Balsano, di
Vincenzo Julia e di Nicola Romano. Il Bruzio per sua natura oggi potrebbe rincalzare certa narrativa
calabrese, che, cieca dinanzi alla realtà innegabile del nostro progredire,
tenta di sfruttare le lagrime oramai essiccate di una Calabria di ieri,
vecchia e umiliata. Piangere ancora su una Calabria, che non è più feudale,
significa mortificarsi e umiliarci nel nostro orgoglio di regione in
cammino. Il Bruzio, quindi, è un’opera d’arte, che sta a sé nella produzione
letteraria paduliana, non più specchio dei nostri tempi, ma solo immagine
di un nostro passato, felicemente superato e vinto. da «Antologia di Scritti Calabresi» di
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