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Calabria tradita

 

di Franco Nocella

 

L’origine e le cause di un’economia dipendente. Lo smantellamento dell’apparato industriale del Regno borbonico e il ruolo della rapace borghesia agraria nel trapasso dallo Stato autonomo all’Italia unita: il «brigantaggio», l’emigrazione e la spolia­zione sistematica del risparmio calabrese senza prospettive di sviluppo.

 

La Calabria, nonostante l’importanza delle sue risorse territo­riali, ambientali, culturali ed energetiche, è oggi una delle regioni più povere dell’Italia e dello stesso Meridione. Lo scotto pagato da questa regione all’unificazione con il Regno piemontese, seguita alla conquista militare del 1860, è stato grande e non c’è dubbio sul fatto che le premesse dell’attuale sottosviluppo, del mancato decollo economico e dell’emarginazione di oggi furono poste proprio da quanti non esitarono a fare carte false pur di ottenere l’eliminazione dello Stato autonomo di cui le province calabresi avevano fatto parte per 730 anni.

Il settore rispetto al quale i governi «unitari» succedutisi dopo l’eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è quello industriale che, prima dell’arrivo di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II, con iniziative nelle attività siderurgica, tessile ed estrattiva, faceva della Calabria la regione «più densa di industrie, dopo Napoli, Caserta e Salerno».

In particolare, nel settore siderurgico operavano due grandi stabilimenti, la ferriera di Ferdinandea e le officine di Mongia­na, che erano stati ubicati sull’altopiano delle Serre per uti­lizzare la limonite del monte Stella ed il carbone da legno tratto da boschi di faggio e di abete. Gli stabilimenti, che producevano un quarto del fabbisogno del Regno delle Due Sicilie ed occupavano oltre mille operai, erano nati come industria statale e lavoravano su commesse militari. A questi due complessi se ne deve aggiungere un terzo, non meno importante: quello di Cardinale, realizzato sulla sponda del fiume Ancinale, nel bosco di Razzona, conosciuto come «ferriera del principe di Satriano», che nel 1839 poteva contare su ben nove fornelli di fusione. Qui furono costruite le attrezzature utilizzate per gli avveniristici ponti in ferro del Garigliano e del Calore. Non si può, infine, non ricordare la fonderia di ferro in spranghe di Fuscaldo, sul litorale tirrenico della Calabria citeriore.

L’attività siderurgica e quella dell’estrazione del sale (que­st’ultima occupava a Lungro altri mille operai) erano organizzate su basi moderne e segnavano la presenza di un proletariato indu­striale che si differenziava nettamente dal resto della popola­zione, che era agricola ed artigianale, sia per l’occupazione stabile che per i comportamenti sociali. In queste realtà si ricordano i primi segnali di un’organizzazione assistenziale ed i primi scioperi.

Le altre attività di rilievo erano quelle dell’estrazione della liquirizia e del tannino da castagno. Ma, il settore maggiormente diffuso era quello tessile legato alla trasformazione dei prodot­ti locali come la lana, nella Calabria citeriore, e la seta, nelle Serre e nel Poro. In alcuni casi la produzione era organiz­zata su basi moderne e, talvolta, si registrava la presenza di imprenditori stranieri. In altri la produzione era organizzata a livello artigianale. I prodotti tessili trovavano sbocco sui mercati locali, ma - non di rado - il livello di specializzazione comportava la loro diffusione in altre regioni. Nel momento in cui il Regno delle Due Sicilie veniva soppresso, in Calabria si contavano 11.000 telai e la sola industria serica occupava oltre 3.000 unità di forza-lavoro, soprattutto femminile. Anche nel settore delle pelli, del cuoio, del sapone, del mobilio, delle sedie, dei cappelli, dei fiori artificiali, degli oggetti in ferro o in rame la produzione era organizzata artigianalmente e trovava collocazione sui mercati sia locali che nazionali ed esteri.

Nella politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace di rendere più moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei settori artigianali o domestici. Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei settori dell’industria moderna nelle province calabresi. Gli stabilimenti di Mongiana e di Ferdinandea, per esempio, entrarono subito in crisi e chiusero i battenti per le difficoltà di reperimento delle materie prime o delle fonti energetiche tradizionali, senza che sia stato fatto nulla per la creazione di nuove fonti, come quelle idroelettriche: basta pensare che, all’inizio del secolo, 40 anni dopo la fine del Regno autonomo, la Calabria disponeva - nonostante le immense risorse naturali - soltanto di 1.000 kw di potenza installata, cioè la metà di quella presente nella Basili­cata, territorialmente più piccola ed assai più povera di risor­se.

La verità sullo smantellamento dell’antico apparato industriale della Calabria è stata occultata in tutti i modi, ma - nonostante tutto - emerge e si impone come un dato oggettivo ed inoppugnabi­le. In un commento dei dati del censimento industriale del 1961 si legge testualmente: «La situazione industriale della Calabria al 1961, anno del centenario dell’unificazione, appariva notevol­mente deteriorata rispetto al secolo precedente, allorché la penisola bruzia rivestiva un ruolo di primo piano in vari settori dell’industria del Regno borbonico».

Furono ben presto dissolte le illusioni suscitate dal demagogico decreto firmato a Rogliano da Garibaldi, con cui si concedeva alle popolazioni povere della provincia di Cosenza l’uso gratuito dei terreni demaniali della Sila. Quel proclama aveva fatto sperare nell’affermazione di una strategia di politica agraria favorevole alla restituzione delle terre usurpate ed alla diffu­sione della proprietà contadina che avrebbe potuto costituire un volano per lo sviluppo dell’intera agricoltura calabrese. Ma, le cose non andarono in questo modo. Passata l’onda d’urto che spazzò via il Regno fondato da Ruggiero il Normanno e restaurato da Carlo di Borbone, il nuovo Stato sabaudo restituì il potere che gli agrari avevano perduto e si diede da fare per mantenere in vita i rapporti sociali e le forme contrattuali del passato.

L’Italia unita segnò, in altri termini, il trionfo di una pro­prietà di «parvenus» emersi in seguito alla lenta erosione giuri­dica ed al ridimensionamento economico dell’eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734 in poi. Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino e da Londra, telecomandarono prima la spedizione dei Mille e poi l’invasione piemontese. L’unico scopo di questa classe, in Calabria come nel resto del Meridione, fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini sempre più declassati ed impoveriti.

E’ stato affermato, e non a torto, che questa borghesia rurale rapace ed opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo l’annessione di 135 anni fa, non gestì la terra, ma organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali della Calabria. In effetti, essa si impadronì delle terre di uso comune ed, in questo modo, depauperò il patrimonio zootecnico e forestale. Lo fece attraverso l’oppressione sistema­tica di contadini ormai disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra ogni anno diversi, senza alcuna possibi­lità di organizzare la propria attività produttiva. Non mancaro­no, ad onor del vero, delle eccezioni (giardini di agrumi, olive­ti e, più tardi, vigneti nella Calabria ulteriore), ma, essendo quantitativamente limitate, esse non furono sufficienti a mutare i caratteri di fondo della generale destrutturazione dell’econo­mia calabrese.

Sta di fatto che, dopo il 1861, di fronte alla spoliazione econo­mica cinicamente progettata dai gruppi di potere che sponsorizza­rono il nuovo governo «unitario» di Torino, alle masse popolari calabresi non restò altro che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime chiamarono «brigantaggio». Si trattò, in realtà, di una feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che investì tutto il Meridione e provocò migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni. Quando questa eroica resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati calabresi, privati violentemente delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai governi delle Due Sicilie, risposero con l’emigrazione di massa.

Per chi rimase in Calabria ci furono altro sangue ed altre soffe­renze. Aprendo la campagna elettorale del 1919 a Crotone, Antoni­no Anile, candidato del Partito popolare, in un discorso che costituisce un atto d’accusa inequivocabile per lo Stato italiano nato dal risorgimento progettato dai banchieri della valle Pada­na, disse testualmente: «Il governo borbonico, che pure si era proposto di attuare un vasto ed efficace programma di bonifiche delle nostre contrade malsane, aveva, in considerazione del maggior rendimento che sarebbe venuto ai proprietari delle terre bonificate, imposto una speciale tassa di bonifica, il cui pro­dotto avrebbe dovuto essere impiegato esclusivamente a far prose­guire e completare le opere iniziate. Il nuovo governo d’Italia mantenne per un certo tempo, com’è facile intendere, l’imposta; e ne risultò un fondo di parecchi milioni, fatto di danaro nostro e che avrebbe dovuto essere speso per noi. Ebbene, questi nostri milioni, un bel giorno, vennero con rapido decreto distornati e concessi interamente, con una delle più flagranti violazioni di legge, per la bonifica delle terre che sono attorno a Ferrara».

Un esempio, in mezzo a tanti, per dare l’idea concreta di una spoliazione che continua a tutt’oggi. In un documento del Movi­mento meridionale di qualche anno fa, infatti, si legge che ogni anno la Calabria «presta» migliaia di miliardi alle regioni sviluppate d’Italia. Si tratta di risparmio raccolto dalle ban­che, dagli uffici postali, dai fondi pensionistici e dallo Stato direttamente, attraverso i titoli del tesoro. Per non parlare dell’Iva che i rivenditori calabresi sborsano alle industrie delle regioni settentrionali nel momento in cui acquistano merci e che queste hanno modo di trattenere per diversi giorni. Si arriva, in tal modo, ad una cifra che - con stima prudenziale - viene valutata attorno ai 40.000 miliardi di lire. Se si conside­ra che ogni anno il sistema finanziario non alimenta la Calabria più di 700 miliardi di investimenti, si arriva alla conclusione che nella regione non si investe se non un miserissimo 2% del risparmio calabrese. Come se questa spoliazione non bastasse, è risaputo che le banche applicano in Calabria un tasso di sconto che supera anche di sette lire ogni cento il tasso medio italia­no, per cui il danaro, dal Pollino allo Stretto, costa molto più che al Nord e nessuno ha mai fornito convincenti ragioni del perché. Questo accade in una regione dove la disoccupazione tocca una persona su due in età di lavoro, dove un apparato industriale come quello di Crotone si sgretola al pari di un gigante dai piedi di argilla, dove ancora non sono state smaltite le delusio­ni per il centro siderurgico promesso e mai realizzato a Gioia Tauro, dove interi comprensori - da Castrovillari al litorale reggino - sono cosparsi delle carcasse di una industrializzazione fasulla che aveva iscritto nel proprio codice genetico un preor­dinato destino di fallimento.

«Penso, in certi momenti», diceva Antonino Anile nel suo discorso elettorale a Crotone nel 1919, riferendosi ai problemi del suo tempo, ma forse, avrebbe potuto ripetere la stessa cosa anche oggi, «se la definizione data da Gladstone del governo borbonico, la negazione di Dio, non debba affibbiarsi al governo venuto dopo».

Una storia fatta di violenza, di sofferenze e di ingiustizie, quella della Calabria conquistata da Garibaldi all’Italia unita dalle trame del conte di Cavour e dal filo di ferro insanguinato dell’esercito di occupazione guidato da generali francofoni come Cialdini e la Marmora. A pagare, da allora fino ad oggi, sono stati sempre i più deboli.

In un manifesto, diramato da Catanzaro il 26 dicembre 1850, sottoscritto dal maresciallo di campo, marchese Nunziante, si ordinava - in nome e per conto del Re delle due Sicilie - il disarmo dei guardiani al servizio dei proprietari terrieri: non fu ma un mistero il fatto che, come ha confermato il liberale Francesco Saverio Nitti, le «classi subalterne» trovarono sempre un appoggio nella Corona meridionale, dall’introduzione del catasto onciario del 1741-43 ad opera di Carlo III fino alla creazione dei «monti frumentari» della prima metà del secolo scorso per iniziativa di Ferdinando II.

Ebbene, scoppiata la prima guerra mondiale, nel 1915, furono interrotte le correnti migratorie ed i contadini calabresi furono mandati a combattere sui fronti alpini del Nord-Est.

Essi formarono i primi reggimenti lanciati, l’uno dopo l’altro, contro i reticolati e le trincee austriache; di quanto sangue calabrese sono intrise le montagne di quelle regioni nord-orientali...

Furono i reggimenti della brigata «Catanzaro» a sacrificarsi per impedire l’invasione del Trentino. Il compenso che ne ebbero è noto. Fu loro negato ogni avvicendamento di riposo e quando osarono, per questa disumana ingiustizia, una protesta, la risposta fu crudele e spietata: la decimazione.

 

 

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