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La letteratura calabrese dell'Otto e Novecento L'interesse sempre più vasto, suscitato dagli
studi sulle opere di alcuni scrittori calabresi e dal dibattito aperto sui
problemi politici e culturali della regione, manifestatesi negli ultimi dieci
anni in Calabria e fuori, è senza dubbio un segno assai positivo. Studiosi di
vicende storico-letterarie, infatti, hanno rivolto in questo periodo la loro
attenzione a ricerche ed analisi critiche condotte anche con rigore di
metodo, approfondendo aspetti e caratteri di quei problemi e hanno portato
certamente un contributo alla discussione sui temi dello sviluppo sociale e
umano della regione. Questo impegno, tuttavia, riscontrato nel quadro
complesso dei rapporti tra potere politico e cultura (che non possono,
naturalmente riferirsi soltanto a indiscriminati programmi assistenziali
impostati a tavolino dall'alto con criteri di rattoppi ispirati al
trasformismo, perché cultura significa, prima di ogni cosa e soprattutto,
libertà), corre il rischio di vanificarsi con gravi conseguenze per un serio
sviluppo della regione. La speranza di Corrado Alvaro, espressa,
in una pagina quasi dimenticata, circa settant'anni addietro (Cronaca o
fantasia, 1934, «Letteratura terriera»), può essere considerata nel contesto
di un certo tipo di regionalismo - quello dello scrittore - ancora attuale se
inteso in prospettiva nelle sue indicazioni più feconde. Ma rimarrà ancora per molto tempo una
speranza vana, non si vuole dire una utopia («...quando la penisola sarà
tutto un mondo omogeneo... dove i fatti di un angolo di terra si proiettano
davanti a una concessione unitaria di classi, di sentimenti morali, politici,
religiosi...») se si continuerà a considerare il quadro politico come un ring
sul quale le risse e gli scontri esibiscono le ambizioni al potere e
mascherano a diversi livelli di rozza demagogia di fronte ai quali la cultura
si avvilisce a strumento di accademia mondana, privo di valori e povero di
idee. Se si pensa che intomo ai valori
narrativi dell'opera di Corrado Alvaro, lo scrittore di San Luca morto nel
1956, abbiamo più di una decina di monografìe, migliala di articoli e di
schede critiche in cui quella narrativa viene analizzata e studiata in tutti
gli aspetti, con risultati e giudizi che tendono a collocarne la varia
articolazione culturale e il significato, le qualità insieme con i limiti, in
un quadro di consapevolezza critica meno provvisoria per una valutazione
complessiva e finalmente più chiara e libera dai nodi delle polemiche
letterarie e politiche del suo tempo, emerge il fatto che questa rinnovata
attenzione per la cultura rivela la consistenza di un momento nuovo e
qualificante per lo sviluppo della regione. Queste note, per l'interesse di cui
all'inizio e per un'eventuale stimolo ad altri approfondimenti alle radici
della civiltà letteraria calabrese (che è una componente, non meno valida delle
altre, della civiltà regionale) vogliono indicare, se possibile, almeno un
quadro in rapido sommario dei caratteri di alcuni nostri scrittori tra
l'Ottocento e il Novecento. Potrà apparire presuntuoso il tentativo
di riassumere quei caratteri in una serie di note, brevi come queste,
specialmente quando si tratta di autori, tra quelli più o meno conosciuti,
come Vincenzo Padula, Nicola Misasi, Francesco Ferri, Corrado Alvaro, Leonida
Repaci, Fortunato Seminara, Mario La Cava, Saverio Strati, etc., e ne mancano
parecchi in questo elenco. Un panorama, in ogni modo, anche con
questo ridotto elenco di scrittori, da intendere come un capitolo di storia
letteraria calabrese, è sempre possibile perché, attraverso un esame di
questi autori si può indicare ai calabresi, ma anche ad altri, quanto di
impasto culturale e poetico sia possibile cogliere nella storia di un
travaglio lento e faticoso, a volte incerto e contraddittorio, ma pure, in
taluni di essi, ricco e consistente di forti linfe, che può contribuire, se
conosciuto e approfondito, a ridurre cene distanze tra la regione e il resto
del Paese e, a lungo andare, a restituire alla Calabria quanto le spetta
nella considerazione di tutti e soprattutto delle forze che operano al
potere. Non è lontano il tempo in cui la
regione era considerata soltanto una riserva di forza-lavoro, in cui
l'analfabetismo raggiungeva indici mortificanti (il 31,8 percento nel
censimento del 1961) ed è recente quello in cui le promesse di rinascita e
gli impegni di intervento si sono accavallati in geometrica progressione,
mentre le speranze con le delusioni si fanno montagna. Si potrebbe discorrere
a lungo di questi argomenti. Un problema, tra i molti, per questa rilettura
dei nostri narratori, crediamo non riguardi soltanto lo sforzo di una
ennesima valutazione di alcune opere dei nostri scrittori (che potrebbe
apparire superflua se pronunciata sulla base dei consueti e diversi schemi di
interpretazione), in rapporto al mondo storico in cui esse vennero alla luce
- che per i più vicini a noi è il nostro mondo - ma si dovrebbe riferire,
attraverso una breve analisi delle condizioni di quel tempo, alla indicazione
di tutto ciò che di quegli scrittori è ancora attuale e vivo, sfrondando con
attenta cautela ciò che con la realtà storica di oggi non ha niente a che
fare. Per ciò chiunque voglia collocare nel
quadro storico e culturale calabrese di oggi il profilo di quei nostri
scrittori, da Padula a Strati, deve seguire una linea d'indagine, operando
una ricognizione che sia insieme di tipo conoscitivo e si riassuma di un
giudizio completo, ampio e fecondo per ulteriori ricerche e analisi. Per dare un'idea della narrativa
calabrese e dei suoi nessi con la storia della regione sarà sufficiente
indicare brevemente gli aspetti storici e sociali, almeno del periodo in cui
inizia il tramonto del Sud, del vecchio regime borbonico, e subentra lo Stato
italiano con tutti i suoi complessi problemi, cioè dal periodo che comprende
la crisi storica di quel regime e il travaglio faticoso della successiva
gestione di quella eredità quasi improvvisa che, passando nelle mani del
vecchio Stato piemontese, creava una nuova e più vasta crisi che, per
limitarci alla regione calabrese, è ancora aperta e appare senza sbocchi. La storiografia accademica e quella militante
hanno messo in luce in questi ultimi decenni la documentazione delle cause,
in lungo e in largo, della depressione sociale ed economica della Calabria:
da un lato l'isolamento secolare, la disgregazione progressiva e varia del
mondo agricolo, il brigantaggio e la mafia, la mancanza di industrie
congeniali alle capacità e alle possibilità della regione; dall'altro un
certo fatalismo di origine superstiziosa e religiosa, una rassegnazione
atavica e fideistica al «destino» che incombe senza rimedio, a tutto ciò che
accade, con la convinzione che è assurdo opporsi e che i rimedi devono essere
presi dai potenti di turno che stanno in alto e che regolano le vicende e la
vita degli uomini che vivono sotto il sole, sulle montagne o vicino alle
fìumare e ai torrenti, consumando l'esistenza del dramma della lotta per
sopravvivere. Da questo tessuto storico che cosa
hanno assorbito e filtrato gli scrittori e i poeti; come hanno affrontato,
ciascuno nella propria misura e con propri risultati, il rapporto d'uno tra
mondo reale, processi culturali e capacità artistiche, nelle loro opere
narrative, e quali i limiti di ciascuno nel quadro della civiltà letteraria
calabrese? Bisogna aggiungere ancora che quei
processi culturali in Calabria si sono visti in modo disarticolato e che si
sono alimentati, attraverso tempi diversi, di rendita filtrata da altre aree
più sviluppate e, spesso, di un eccessivo ossequio verso un culto formale e
velleitario per la tradizione di taluni valori di un malinteso umanesimo e
verso l'ideale di una «dimensione poetica, cioè letteraria» (C. Alvaro). Quel culto esasperato delle belle forme è la matrice primaria
della retorica e della letterarietà che scorrono qua e là in flussi troppo
scoperti tra le pagine di alcuni nostri scrittori con variazioni che, di
volta in volta, denunciano apertamente ora i postumi di un barocchismo sempre
vivo al Sud, ora gli influssi di letterature straniere (inglese e francese
dell'800) e infine le contaminazioni assorbite dalla letteratura di autori
italiani di più largo respiro, più noti e considerati «maestri» o
«capiscuola» indiscussi. Si trovano tuttavia notevoli eccezioni in questo quadro
culturale degli ultimi due o tre secoli della storia regionale e riguardano
la tradizione del pensiero filosofico meridionale, al quale studiosi di
respiro europeo si avvicinano con rispetto, indicando la profonda originalità
e la forza di penetrazione delle idee; e ancora la letteratura popolare, la
poesia dialettale che, in alcuni poeti, ha raggiunto livelli non registrati
altrove, con opere di vario genere dalle quali emergono aspetti di
straordinaria intelligenza, di vivacità, di ispirazione poetica, di
immediatezza di rappresentazione e infine di autentica poesia. I poeti dialettali hanno lasciato il
segno di una grande tradizione e le loro opere costituiscono un ricco filone
culturale di poesia genuina e originale che conferisce prestigio alla civiltà
calabrese, sconosciuta ai più e quasi dimenticata. Ma qui c'interessano gli
scrittori che appartengono alla storia letteraria e che contribuirono con le
opere a inserire la regione negli itinerari culturali italiani ed europei. (da
«Antologia di Scritti Calabresi» di Vincenzo Pitaro © Copyright L’altra Calabria) |
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