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La Calabria fra tradizione e progresso LA CIVILTÀ DELL’INGEGNO E DELLA
SEMPLICITÀ Si deve essenzialmente alla sua «marginalità» geografica e al
suo stretto rapporto con la civiltà pastorale e contadina se la Calabria è
tuttora ricca di autentiche manifestazioni di tradizioni popolari. I calabresi, infatti, nonostante i contatti
avuti in questo secolo con culture industriali e comunque diverse dalla loro
(sia grazie al movimento turistico, sia per i notevoli flussi migratori),
sono saldamente ancorati alla loro tradizione. Basti pensare che in America,
in Australia o in Canada gli emigrati dalla Calabria spesso non solo hanno
fondato nuclei urbani con lo stesso nome del paese d'origine, ma hanno
ricostruito le funzioni religiose facendo rivivere accanto ad esse ogni
tradizione sia nel settore liturgico e delle feste che in quello della
cucina. Ancora adesso, spesso, i rapporti umani sono regolati secondo le
usanze d'origine. Le grandi distanze, la pratica della pastorizia con mezzi
primordiali in zone estremamente isolate, l'indole dell'uomo naturalmente
individualista, la vocazione e la possibilità di osservare la natura e le sue
manifestazioni hanno reso possibile alla Calabria di oggi di avere una
considerevole eredità nell'arte materiale e nell'artigianato, difficilmente
riscontrabile altrove. Bisogna ricordare la vastissima gamma dei lavori ad
intaglio del pastore, l'insieme diffusissimo delle tecniche di tessitura e di
filatura, o tutto il settore della lavorazione dei vimini, quello della
lavorazione delle terrecotte e delle ceramiche e cosi via. La presenza poi
nella regione di alcuni «innesti stabili» di minoranze etnicolinguistiche di
origini remotissime (Grecanici) o di lontana provenienza nel senso delle
affinità culturali (Occitanici e Albanesi) rende ancor più prezioso il
panorama della tradizione, che oltre che nell'artigianato trova espressioni
notevoli anche nella danza o nel canto corale e individuale o in manifestazioni
figurative che con ragione possono essere definite come teatrali. Questo vasto panorama che vede protagonista l'uomo calabrese può
interessare, oltre che l'antropologo, ogni visitatore e ogni turista attento
e sensibile, specie se proveniente dalle grandi città industriali. In questi ultimi quindici anni si va sviluppando un movimento di
riscoperta e valorizzazione della cultura locale, una sorta di Umanesimo dei
nostri giorni, che sta consentendo di salvare opere d'arte, oggetti
dell'artigianale, architetture, antichi centri storici, reperti archeologici,
antichi testi che rischiavano di perdersi. I protagonisti di questo movimento
sono ovviamente i calabresi i quali comprendono che la Calabria aperta al
grande turismo nazionale e internazionale deve offrire il suo volto più
autentico e più nascosto. Da questa intuizione o vocazione parte il movimento
culturale che punta a valorizzare la cultura calabrese come cultura originale
e contadina e anche per questo classica. La tradizione popolare calabrese nasce probabilmente da una
filosofia della vita di origine orientale. D'altro canto, non è forse oriente
buona parte della Calabria ionica, specie dove esistono vestigia bizantine o
si parla ancora in greco? L'ambiente naturale poi è determinante per la
scelta dei modelli di vita o per la ricezione di influssi: le lunghe fiumare
pietrose piene di silenzi, le montagne senza gente, il sole alto, spesso
calcificante, il mare sempre presente nel paesaggio insieme con il sole, una
primavera che spesso «scoppia» a gennaio, l'estate che non sembra finire mai,
l'atmosfera densa di profumi ed essenze spesso violente. Da qui nasce un
rapporto con la natura che pone l'uomo sempre come inferiore di fronte alla
grandiosità del creato, che non prescinde mai dalla grandezza di un'entità
creatrice evidenziata anche in epoca pagana. Queste le motivazioni. Le tecniche espressive, generalmente
spontanee (e per questo ritroviamo incredibili analogie tra le figurazioni
umane delle conocchie calabresi e quelle dei totem dell'Africa o
dell'America), finiscono poi per arricchirsi di apporti esterni come quello
bizantino, sempre presente, o greco o arabo o spagnolo (sono spesso presenti,
per esempio, i motivi dei rombi o delle palmette nella tessitura, e nelle
processioni del Venerdì Santo domina la tradizione spagnola). Il museo del folclore di Palmi e quello dell'arte popolare
appena sorto a Monterosso Calabro possono offrire uno spaccato esauriente e
suggestivo dell'evoluzione del pensiero dell'uomo in Calabria attraverso il
lavoro delle mani. Le nuove dimensioni dell'agricoltura Fra tradizione e progresso è sospesa anche l'agricoltura, vero
tessuto connettivo della Calabria e della gente che la abita. I calabresi
conservano gelosamente i valori della più genuina cultura contadina, che
affiora nelle principali manifestazioni come folclore, gastronomia, cultura. Questa regione però, pur nel rispetto culturale delle proprie
origini, ha anche dato corpo ad una profonda trasformazione agraria che ha
visto il cedimento della proprietà parcellare a vantaggio dell'azienda
agricola moderna e tecnicamente avanzata. L'esodo dalle campagne ha insomma
prodotto non un abbandono all'incolto, bensì lo sviluppo di processi di
produzione più avanzati. Oggi la Calabria è una delle regioni leader nella produzione di
olio d'oliva con oltre 4 milioni di quintali di olive ed oltre un milione e
mezzo di quintali di olio all'anno. A Rossano, in particolare, viene raffinato
olio di grande qualità che vanta un grado di acidità bassissimo. L'olivo è diffusissimo sui monti ed anche nella piana di
Rosarno, dove crescono grandi piante di olivo che producono però un olio più
acido. Altro prodotto agricolo fondamentale sono gli agrumi, che ammantano di
verde grandi estensioni come la Piana di Sibari. Il clima favorisce la vita
di tali piante e addirittura esiste una qualità di mandarino precoce, il
clementine, che matura in certi casi già dai primi di ottobre; è diffusa la
coltivazione dell'arancio biondo. In Calabria si coltivano anche molte altre piante da frutta, in
particolare i peschi, che trovano un'utilizzazione mista (tavola e
lavorazione industriale); parallelamente sono state avviate produzioni di
fichi bianchi lavorati. Cospicua anche la produzione di ortaggi cui va
affiancata pure quella floricola, in particolare di piante ornamentali. Non è certo necessario puntualizzare l'importanza della
produzione viticola; occorre solo aggiungere che sono coltivati oltre 30.000
ettari con vitigni dell'epoca delle colonie greche. I vari tipi di vite
producono vini molto diversi tra loro, dal bianco 'greco' da dessert ai rossi
corposi da gustare con gli arrosti. Va ricordato infine il grande sforzo compiuto per rimboschire la
Calabria, con un'imponente riforestazione al di sopra dei 700 m s.m., e lo
sviluppo lungo le coste di fasce alberate frangivento larghe anche più di 200
metri. L'artigianato
di colore Una caratteristica dell'artigianato di
colore calabrese è l'utilizzo frequente di simbolismi, di ntualità di
ispirazione magica, di immagini apotropaiche. L'ispirazione di fondo è quella
magno-greca; la motivazione è quasi sempre di carattere esistenziale. La ceramica Nel settore della ceramica occupano un posto di rilevante importanza
le creazioni di Seminara, Gerace e Polistena (Reggio di Calabria), di
Nicotera (Vibo Valentia) e Squillace (Catanzaro), di Bisignano, Altomonte,
Roseto e Belvedere (Cosenza). La produzione di Gerace
è originale in quanto ripropone, ma per continuità e non per imitazione, le
ceramiche dell'antica Locri Epizefiri. Si ritrovano qui, nella bottega del
vasaio ricavata in un buco di tufo, piccole anfore, o quadretti a rilievo che
ricordano i pinakes locresi
(formelle votive offerte alla dea Persefone). Le forme sono snelle ed
eleganti e l'argilla è uguale a quella usata dai vasai locresi. La tecnica di
lavorazione è sostanzialmente la stessa: unica innovazione, di questi ultimi
anni, è il tornio che funziona elettricamente; ma lì vicino è sempre pronto
quello classico che si gira con i piedi e che viene utilizzato quando manca
l'energia elettrica. Le ceramiche di
Seminara. Le più famose della Calabria, si qualificano per le
produzioni di carattere animistico con soggetti antropomorfi. Notissime sono le maschere, ritenute capaci
di scacciare il malocchio o le «bumbule» (recipienti per la raccolta
dell'acqua) a forma di uomo-mostro che si suole ancora innalzare sopra il
tetto della casa per proteggerla dal malocchio. I colori sono il verde
intenso, il marrone, il giallo forte, l'azzurro. La tradizione,
autenticamente popolare, si riallaccia a quella greca denunciando chiaramente
gli influssi successivi della tradizione cristiana e l'orrido della
repressiva dominazione spagnola. La produzione di Polistena, in via di estinzione, è quella dei «pignatari»
fabbricanti di «pignati», cioè di utensili per cucinare e mangiare. Qui il vasaio si ferma alla terracotta, indulgendo a qualche
motivo decorativo a forma di fiore, spesso applicato nelle congiunzioni dei
manici. Le forme di tali creazioni sono tuttavia essenziali e per questo
di grande effetto plastico. Singolari sono un recipiente cilindrico, smaltato
all'interno, (‘u cugnettu, usato per la conservazione di derrate alimentari sotto
sale e sotto peso (melanzane, alici ecc.), ed il pignato a forma di padella,
con il manico Qui, come pure a Roccella Ionica, vengono anche prodotte le «furnacette»
(piccoli fornelli di argilla) e altri utensili da cucina. A Nicotera si
riscontra ancora un'ispirazione di tipo grottesco di origine incerta ma
sicuramente mediterranea, che si manifesta in riproduzioni di tipo
apotropaico. Poi ci sono gli oggetti di uso corrente nella campagna,
volutamente prodotti anche in proporzioni miniaturizzate. A Belvedere con qualche riferimento anche alla
ceramica di Altomonte (che
risente di influssi greco-romani) viene prodotta una ceramica di autentica
tradizione calabrese, diffusa su tutto il territorio regionale, che si
caratterizza per le forme arrotondate, per la colorazione molto chiara,
beige, con sovrimpressi motivi floreali (in blu o azzurro) estremamente
stilizzati, che sembrerebbero richiamarsi alla tradizione bizantina. Questa produzione è interamente dedicata agli usi domestici
della cucina. La produzione di
Bisignano è notevolmente elaborata in forme non essenziali, con
colorazioni di marrone intenso. Gli oggetti, la cui ispirazione è incerta,
risaltano per il loro effetto decorativo. ll legno È singolare la produzione di oggetti di uso
comune (utensili) o di importanza simbologica realizzati presso i comuni di
Bova, Roccaforte del Greco, Condofuri (frazione di Gallicianò) e Roghudi che
formano la comunità etnico-linguistica dei Grecanici, lungo l'estrema fascia
ionica meridionale della regione. Qui, oggi, alcuni pastori producono e
vendono svariati oggetti d'uso comune nella zona, come le 'musulupare',
stampi in negativo per la produzione di formaggi, i timbri per dolci, allo
scopo di imprimere su di essi dei segni rituali, cucchiai. Oltre a questi oggetti,
rientrano nella tradizione della zona, ma sono difficilmente reperibili (si
possono però ampiamente ammirare nel Museo delle tradizioni popolari e del
folclore di Palmi), le meravigliose conocchie, le stecche da busto e le
navette da telaio. Le une e le altre avevano un preciso significato: erano un
pegno d'amore del giovane pastore alla sua bella. Nella conocchia egli
racchiudeva un sassolino in una sorta di sfera di grande effetto plastico. Il
sassolino, quando a sera la conocchia girava, produceva un rumore che doveva
tenere sveglia la massaia già stanca per le fatiche del giorno. Su questi oggetti sono sempre riprodotti motivi ornamentali di
chiara ispirazione bizantina. Si ricordano ancora i lavori di intaglio su
mobilio, riscontrabili su tutto il territorio, con i cori di molte chiese (un
esempio interessante sono i cori delle chiese di Serra S. Bruno) o altri
arredi o la produzione di strumenti musicali, purtroppo in via di estinzione,
ancora tenuta in vita dalla bottega dei liutai De Bonis di Bisignano
(Cosenza) e del liutaio Scutellà di Delianuova (Reggio Calabria). I tessuti Quarant'anni fa in ogni casa della Calabria
c'era un telaio. Oggi è ancora possibile, in tanti paesini dell'interno,
incontrare la tessitrice o visitare una moderna tessitura specializzata in
tessuti tipici della regione. Per la storia della tessitura calabrese si può
fare riferimento alla sala della tessitura del museo dell'arte popolare di
Monterosso Calabro. Al presente si può dire che sopravviva la tecnica della
cardatura o della filatura in qualche luogo, come avviene ancora nell'isola
grecanica in provincia di Reggio, dove viene lavorata la ginestra, dalla
raccolta alla macerazione, alla filatura e tessitura. A Longobucco, nella Sila Greca, in provincia di Cosenza, esiste
una pregevole produzione specializzata di arazzi e coperte di vario tipo. A
S. Giovanni in Fiore i tappeti vengono intrecciati con una tecnica armena
recentemente importata e i tessuti sono ricamati con il tombolo. A Ghorio di Roghudi
vengono prodotte ancora poche coperte di ginestra e la lavorazione segue
tecniche antichissime; a Staiti, Palizzi, Polistena, e in tanti altri paesi
della provincia di Reggio e in qualche paese della provincia di Catanzaro si
producono le «pezzare», tessuti a strisce multicolori ottenuti con il
riutilizzo dei cascami di varie stoffe. Le pezzare sono utilizzate come
tappeti o per la decorazione delle pareti. A Tiriolo e Badolato in provincia di Catanzaro vengono prodotti
i «vancali», scialli caratteristici: a Caccuri, in provincia di Crotone, si
realizzano coperte di lana con disegni tradizionali; la produzione, però, non
è commercializzata. A Cariati, in provincia di Cosenza, si sviluppò, e ancora
c'è qualche traccia, l'artigianato dei tappeti e delle coperte con tecniche
arabe. L'attuale consistenza dell'artigianato tessile, che si ricollega
a motivi ispirati alla tradizione greca (decorazioni a greca), bizantina e
araba, non è che una sparuta immagine di quel grandissimo opificio che fu la
Calabria fino al secolo scorso nel campo tessile, specie nella lavorazione
della seta. Altre forme artigianali Nel settore del vimini
e della paglia è notevole la
produzione di S. Giorgio Morgeto, dove si producono 'cannistri'. cioè
contenitori per la raccolta della frutta, «panari» o «terrazze» per
l'esposizione al sole dei pomodori, dei fichi o delle melanzane. Per queste
lavorazioni viene mollo usato anche il legno di castagno tagliato a strisce. Un posto d'onore per
queste lavorazioni spetta a Soriano (Vibo Valentia), dove c'è una produzione
abbastanza differenziata e rilevante anche dal punto di vista quantitativo.
Vi si producono sedie impagliale, cestini, «ferlazze» e altri utensili di uso
agricolo o decorativo, tra i quali fa spicco il bellissimo ventaglio per
attizzare il fuoco. Anche Altomonte (Cosenza) merita di essere ricordata per i bei
cestini di vimini arrotolati che per la loro lavorazione ricordano da vicino
lo stile egizio. Nella lavorazione della
pietra, purtroppo, l'artigianato è in declino; ci sono ancora alcuni
scalpellini-artisti a Lazzaro di Motta S. Giovanni (Reggio Calabria) capaci
di realizzare tra l'altro notevoli portali con fregi, ma le cose più
pregevoli appartengono ormai al passato, come testimoniano i portali
monumentali in pietra verde di Delianuova, opere di artisti locali, o la
grande produzione dei portali degli scalpellini serresi (di Serra S. Bruno)
disseminati nei più nobili paesi della Piana di Gioia Tauro (Polistena, S.
Giorgio Morgeto), nelle stesse Serre e nella Locride. La produzione di lavori in rame è ancora copiosa a Dipignano, paese che sorge nei pressi
di Cosenza e che vanta una solida tradizione nel settore. Per il ferro battuto c'è ancora qualche
artigiano che si dedica a produzioni con un minimo di aderenza alla tradizione
regionale; ma sono ormai tramontati i tempi in cui si realizzavano vere e
proprie opere d'arte in ferro, come si può constatare ammirando i molti
monumenti della regione. Infine si ricorda la
lavorazione dell'oro praticata proficuamente in alcune botteghe di S.
Giovanni in Fiore e di Crotone, con richiami alla tradizione greca. |
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