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Rino Gattuso Quel «Ringhio» campione del mondo di
Gianni Perrelli Per
visualizzare la foto, clicca sulla miniatura II volto del
Club Italia ha il cipiglio guerriero del 28enne Gennaro
Ivan Gattuso, in arte Ringhio. Un concentrato di furore agonistico e di
equilibrio tattico. Il mix che si è messo alle spalle le miserie di
Calciopoli. E ha spinto la Nazionale verso la finale mondiale di Berlino
paradossalmente proprio nel giorno in cui sono partite le richieste di
condanna per i club di 13 fra i 23 azzurri. Ancor prima della partita delle
partire, la comunità italiana di Germania aveva eletto Ringhio come simbolo
dell’orgoglio nazionale. L’azzurro che parla con il cuore in mano. Non si
atteggia a galattico. L’unico che ha impresse in faccia le dure esperienze
dell’emigrazione. Aveva 17 anni quando lasciò il pensionato in cui il Perugia
ospitava i suoi talenti. Si trovò scaraventato nella grigia Glasgow senza
sapere una parola d’inglese. Un trauma che hanno vissuto tutti i connazionali
accorsi in terra tedesca fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Spaesato,
emarginato, intristito. Rammenta che per i primi due mesi al pub ordinò
sempre lo stesso piatto. Gli era sembrato gustoso, sapeva indicarlo nel menù,
non osava avventurarsi su altri terreni. Variò la dieta solo quando conobbe
Mario, un ristoratore italiano che sarebbe diventato suo suocero. Se incrocia
gli emigranti, Gattuso si sente uno di loro. Li ha difesi appassionatamente
dal gratuito sarcasmo dello «Spiegel on line» che aveva dato un’immagine
eccessivamente caricaturale degli italiani. «Viscidi, parassiti, figli di
mamme con le tette-grosse». Mancava solo la frusta retorica del mandolino.
Gattuso ha risposto per le rime, ricordando che gli zii materni, e per un
certo tempo anche suo padre, si erano spinti in Germania per sbarcare
faticosamenre il lunario. Usando espressioni sanguigne, molto apprezzare da
tutte le Little Italy sparse sul territorio tedesco: «Chissà, da piccolo il
direttore di quel giornale sarà stato magari picchiato da un nostro
connazionale». Gattuso ha
l’espressione truce anche quando sorride. Ma è pura apparenza. Se vuole sa
farsi benvolere. Sa perfino ubbidire in silenzio. A Glasgow giocava per i
Rangers, lo squadrone della comunità protestante. Ambiente duro, arroccato
nelle tradizioni. Gli ordinarono di togliersi dal collo la collanina con la
croce cattolica. Se la sfilò senza protestare. Poi lo mandarono a lezione di
umiltà, imponendogli nello spogliatoio di pulire le scarpe dei campioni già
affermati. I tifosi scozzesi lo guardavano con sospetto perché italiano.
Sinonimo per i loro luoghi comuni di atleta astuto, poco portato alla lotta.
Si rivelò invece un trascinatore, un rugbista tagliato per le aspre contese.
Piacquero la sua fisicità, la sua grinta, il suo spirito indomito. Divenne in
pochi mesi l’idolo di Ibrox Park. Come, due stagioni dopo, lo diventò in un
baleno dello stadio di Salerno. E a soli 21 anni, nel Milan di San Siro. Josè Mari, attaccante spagnolo che a Milano ebbe
poca fortuna, racconta esterrefatto a un giornalista: «Cercavo di
giocare di fino e mi fischiavano. Poi piombava sul pallone Gattuso come un
uragano, abbatteva tre avversari e lo stadio crollava dagli applausi». Ma lui
non si è mai ubriacato di popolarità. Ha i piedi ancorati a terra. Non
dimentico dei trascorsi ha istituito una Fondazione, con il logo Ringhio,
«per aiutare i ragazzi meno fortunati di me e sottrarli ai rischi della
strada». Gattuso si è
accostato a Italia-Germania sintonizzandosi sull’odore di polvere
da sparo del calcio che è nelle sue corde. Ripescando nella memoria le
sensazioni delle sere d’inverno in Scozia, durante partite tirate alla morte,
un tackle dietro l’altro sotto violenti scrosci di pioggia, Gli fumavano le
narici per lo sforzo. Il football come metafora del sacrificio. Rude ma
leale, secondo i parametri etici dello sport inglese. Lo specchio della vita,
che va affrontata di petto e non per linee oblique. Ma l’animo
del guerriero, Ringhio se l’era forgiato fin da bambino. Il primo ricordo
dell’infanzia risale a quando aveva quattro anni. Il padre Franco, un maestro
d’ascia che si dilettava a fare il bomber fra i dilettanti (a Schiavonea,
sobborgo di Corigliano
Calabro, una volta riuscì
a segnare 13 gol in una sola partita), lo portò sulla spiaggia a festeggiare
la vittoria degli azzurri nel Mondiale dell’82. Una sorta di predestinazione.
Cominciò a giocare coi coetanei sulle rive dello Ionio usando come pali i
fustini della nafta per le barche. Per irrobustire i quadricipiti, il
genitore gli faceva salire di corsa più volte al giorno le scale di casa.
All’insaputa della madre Costanza, un po’ preoccupata per la sua salute. A
quei tempi soffriva d’asma. Non era ancora un gladiatore. Andò via a 13 anni.
Approdò alle giovanili del Perugia. Imparò a vivere da solo prima della
pubertà. Girava in Vespa per la città umbra. Imberbe, ma già col cipiglio
fiero di chi non ama cedere il passo. Già un leader potenziale. Uno che ama
discutere faccia a faccia con l’allenatore. A Duisburg non ha esitato ad
affrontare Marcello
Lippi. A chiedere
chiarimenti. A far breccia nel muro di diffidenza del tecnico viareggino,
arrivando a suggerigli soluzioni tattiche. Del tecnico che con la Juve gli
spense tanti sorrisi, oggi dice mirabile: «Un vero condottiero». Sente che
come lui ha il veleno addosso. Una
sintonia che sgorga dal comune gusto per il combattimento a viso aperto. Un
carattere forte, dal carisma esuberante, che non conosce timori reverenziali.
È stato l’unico a riprendere Francesco Totti quando la squadra ballava a centrocampo. Il solo che si
permette di prendere bonariamente in giro due monumenti come Buffon e Del
Piero, sicuro di non
peccare di sensibilità in un momento così delicato per gli arcirivali. Ma
anche lo spiritaccio popolano che sa sdrammatizzare con una battuta naïf i
momenti più difficili. E che ha l’intelligenza per ridere di se stesso quando
qualcuno traccia paragoni fra il suo rendimento tutto di sostanza e la
condotta appassita al Mondiale del superdivo Ronaldinho. Ammutolisce per
venerazione solo davanti al team manager Gigi Riva, un dio pagano ai suoi occhi. Gattuso è la
perfetta icona del Club Italia. La squadra dei nomi non leggendari (con
l’eccezione di Francesco Totti) esaltata da Marcello Lippi. Un cocktail
equilibrato fra impegno e qualità. Gente che tira la carretta senza
protestare per un’esclusione. Che sa far gruppo. Che dalla panchina tifa
senza invidie per i titolari del momento, sapendo che tanto prima o poi
scendono in campo tutti. Ringhio in ogni partita è stato il motivatore. Ha
dato la carica ai compagni, ha orchestrato con ampi gesti delle braccia il
tifo nelle curve, è andato quasi a strangolare per la felicità Lippi dopo un
gol alla Repubblica Ceca. Un vero capo tribù. Solo nei
giorni di riposo ha smesso il ruolo pubblico e si è dedicato alla famiglia.
La moglie Monica, un’emigrante come lui, conosciuta in Scozia. La figlioletta
Gabriella (due anni). Il padre a cui oggi ha regalato una flottiglia di
pescherecci. La madre che non si capacita ancora di come il figlio possa
guadagnare così tanto tirando calci a un pallone. Alla vigilia
della madre di tutte le partite (la finale Italia-Francia), Rino Gattuso ha
posto il silenziatore alla sua esuberanza. Smettendo di parlare. Una scelta
scaramantica. Come quella di farsi consegnare dal cuoco Ciccio un peperoncino
calabrese prima di lasciare l’hotel. Ai cancelli, quando il pullman si è
messo in moto, ha incrociato lo sguardo di uno dei tanti italiani che gli
chiedeva di vendicare gli anni di frustrazione patiti in Germania. Gli ha
risposto con il suo sorriso da pitbull. Un ringhio che era tutta una
promessa. Mantenuta. Gianni
Perrelli |
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