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Gastronomia

 

La gastronomia calabrese ha sempre conosciuto, fin dai tempi antichi, momenti particolarmente felici. In questi ultimi anni, tuttavia, i piatti calabresi sono spesso comparsi tra le proposte ed i riferimenti dei più noti cultori della gastronomia italiana, come il Veronelli e il Carnacina, C'è poi da aggiungere che una considerevole propaganda indiretta viene fatta anche dai dietologi i quali, in campo internazionale, guidati dagli americani, hanno scoperto che la cucina mediterranea, e in particolare quella calabrese, risulta essere tra le più sane e le più indicate per la tutela della salute dell'uomo di oggi. Viene così rivalutato enormemente l'olio d'oliva non solo per le capacità nutritive, ma anche perché fa bene alle arterie e sopporta le alte temperature. Si scopre addirittura che il peperoncino rosso è vasodilatatore e che il pane integrale è un toccasana per lo stomaco.

In effetti, la cucina calabrese è sana perché è essenziale e povera. Tuttavia la fantasia e le necessità di vita della popolazione, spesso isolata per lunghi periodi, hanno sopperito alla povertà con invenzioni nella elaborazione dei cibi.

I riferimenti storici che attestano però anche nobili origini alla gastronomia calabrese sono notevoli e si ritrovano sia nella letteratura latina che in quella greca, giunti fino a noi grazie ad alcuni studiosi del sec. XVI, tra i quali si ricorda Gerolamo Marafioti. In tutto il mondo classico, per esempio, la cucina di Sibari ebbe grande onore per i suoi raffinatissimi piatti a base di pesce.

C'è da dire che i piatti calabresi più originali richiedono lunghi tempi di preparazione e l'impegno della massaia alla quale può anche toccare di iniziare a cucinare all'alba, spesso osservando pure gestualità e modalità rituali. Per questo motivo si può trovare autentica gastronomia, oltre che nei ristoranti tipici che sono ormai molti, nelle famiglie dei paesi dell'interno dove ancora ci sono molte donne che lavorano esclusivamente in casa.

Ovunque dominano i «maccarruni di casa», cioè la pasta fatta in casa arrotolando la sfoglia su pezzi di fil di ferro o arbusti (che nella zona grecanica della Calabria sono chiamati «cannici»). A Vibo Valentia la pasta fatta in casa con questo procedimento è chiamata «fileia». Il condimento è sempre il ragù, ottenuto con una lunga cottura della carne di maiale spesso mista a quella di vitello o con la carne di capra (zona grecanica, Bova). Dominano poi, nella cucina calabrese, le minestre a base di legumi o di legumi e pasta, come pasta e fagioli, pasta e ceci, pasta e broccoli, pasta e fave, polenta con il cavolo, cioè «i friscatuli», riso e scarola, pasta e zucchina, pasta con il carciofo, pasta e broccoli, pasta e piselli.

Alla base di ogni piatto è l'olio di oliva, tant'è che nella dispensa calabrese esso non può mancare mai, insieme con la salsa di pomodoro fatta in casa, con la sugna, con le melanzane «'ncugnettate», cioè pressate sotto sale, con le soppressate e i salami.

Riguardo alle carni godono di grande fama le cosiddette «carni minute» di agnello, capretto o capra. Rinomata è la cucina della capra alla bovese (Vutana), bollita con odori, o dell'arrosto di capretto, un piatto diffuso su tutto il territorio. Il maiale occupa un posto d'onore nel panorama culinario e trova gran considerazione la «frittula», cioè la cotenna calda mangiata con il pane caldo. A Reggio di Calabria ancora oggi le macellerie tengono accesa sull'uscio una caldaia nella quale sono conservati nel loro grasso i pezzi più succulenti del maiale. A Catanzaro sono rinomati i soffritti e il «murzeddu» o «morsello» esclusivo di Catanzaro, a base di trippa, cuore e polmone di manzo, guarnito di molti odori e servito in una «pitta», uno speciale pane casereccio piuttosto basso e a forma circolare.

Tra le carni bianche giova ricordare i galletti al torno di Altomonte. Tra i piatti di mare è classico il pesce spada che, pescato con la fiocina sulla Costa Viola, tra Villa S. Giovanni e Palmi, in primavera, è tradizionalmente cucinato arrostito in salmonglio o alla marinara, con il pomodoro e il prezzemolo.

In Calabria v'è poi la tradizione della cucina dello stoccafisso ammollato, che in alcune zone. Forse per la qualità delle acque, acquista un gusto particolare. Il «pescestocco» (stoccafisso) viene cucinato in tanti modi e in particolare, secondo la tradizione, arrostito in salmonglio, fritto, o alla molinara, con i pomodori, le patate e i capperi.

Nel Crotonese viene utilizzata, in cucina, la «sardella» che è un pasticcio a base di pesci neonati tritati con il pepe rosso in polvere e olio d'oliva. La «sardella» viene mangiata come antipasto, spalmata sul pane.

La melanzana è alla base della gastronomia calabrese e l'uso che si fa di essa è notevole. Ogni parte di questo straordinario frutto, comprese le bucce, viene utilizzata con ottimi risultati. Spesso la melanzana costituisce un vero e proprio piatto, come avviene con la parmigiana di melanzane o con le cosiddette «melanzane stupide», cioè melanzane cucinate al forno guarnite di olio, prezzemolo, sale e formaggi. La melanzana viene ancora cucinata «’a caponata», ripiena, arrosto, fritta con le acciughe, arrosto con il peperoncino e in tanti altri modi.

Anche per quanto riguarda i dolci il panorama calabrese è vasto. Più di ogni altro elemento gastronomico, i dolci sono strettamente legati alla tradizione con i riferimenti alle feste religiose del Natale e della Pasqua. Probabilmente dovuto, questo riferimento, al fatto che in una economia povera il dolce, considerato non necessario alla alimentazione e quindi genere di «lusso», veniva preparato solo per solennizzare le feste più importanti. A Pasqua si preparano ancora, praticamente su tutto il territorio, le «sgute» o «aggute» o «cuddhuraci» o «cuzzupe», dolci con una forma caratteristica simile ad una borsa con il manico, con una o più uova sode inserite nella pasta e fregi rituali. Un altro dolce caratteristico è la «nacatula» un tempo confezionata per solennizzare le nozze, ma anche usata a carnevale, fritta in olio di oliva. Il mostacciolo, fatto con tanna, miele e mandorle, è anch'esso intimamente legato alla più schietta tradizione della Calabria. Viene prodotto su lutto il territorio, ma il luogo dove è più importante, anche dal punto di vista dell'economia locale, è Soriano Calabro, nelle Serre vibonesi. Il mostacciolo o «nzudhu» è tuttora facilmente acquistabile in occasione di una qualsiasi fiera, esposto nelle tipiche cassepanche dei «mastazzolari». Esso è realizzato nelle forme più disparate e spesso è un vero e proprio altorilievo guarnito di carta stagnola. Viene ancora usato, in qualche paesino dell'interno, con una funzione simbolica, come dono di fidanzamento o di matrimonio. Le raffigurazioni spesso si richiamano a motivi della tradizione pagana (babbaluti) o di quella cristiana (la rappresentazione del pesce o degli uccelli).

I «petrali», dolci a base di frutta, appartengono alla tradizione dell'area grecanica di Calabria, ma vengono prodotti anche, con qualche inevitabile variazione, dall'industria dolciaria di Reggio di Calabria. Anche la pignolata, dolce costituito da piccole sfere di pasta da dolci, fritte in olio d'oliva e unite tra di loro dal miele, è un dolce tipico della Calabria, abbastanza diffuso su tutto il territorio.

Infine giova ricordare, anche per la sua importanza nell'economia, il torrone che è fabbricato sia in casa che industrialmente. È a base di miele, zucchero, mandorle, cioccolato e viene consumato a Natale. Un altro dolce di Natale è la «pitta di S. Martino», a base di frutta candita, ricoperta di naspo bianco (ottima è la produzione di Polistena).

Tra i formaggi vanno citati quelli della Sila e del Pollino, ottimi per il sapore, tra i quali fanno spicco il «caciocavallo», provola morbida un po' piccante, e il «butirro» provolina guarnita, all'interno, di burlo. È importante pure il vacchino, prodotto in scarsissima quantità dai frati della Certosa di S. Bruno a Serra S. Bruno, e i pecorini dell'Aspromonte, prodotti a Bova, Roccaforte del Greco, Staiti, Motta S. Giovanni, Roghudi.

Il pecorino calabrese è considerato tra i migliori dai più quotati gastronomi.

 

 

 

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