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Francesco Fiorentino filosofo dell'Unità di Aldo A. Mola Tra le città italiane Catanzaro spicca per la memoria che ha
conservato e conserva dei suoi maggiori esponenti culturali. È la prova di orgoglio
di una terra che si affermò negli studi molto prima di ottenere una sede
universitaria. I suoi licei e istituti superiori, sin dal Settecento, proprio
perché così lontani da Napoli, capitale intellettuale del Regno, o da
Palermo, sede dell'antica gloriosa Università, già contavano su uomini di
straordinaria erudizione, la cui intensità di pensiero era tanto più grande
quanto più erano costretti a esercitarla in un circuito geograficamente
ristretto. Anche seminari, monasteri e curie diocesane si trasformavano in
fucine d'ingegni, spesso destinati ad affermarsi ai ranghi più elevati della
Chiesa. Proprio da quell'humus di profonda cultura, negli stessi
anni in cui il sacerdote Antonio Greco veniva eletto primo deputato di
Catanzaro alla Camera del Regno, la nobile città calabrese espresse un
filosofo che sembrò rinverdire la grande tradizione del casentino Telesio e
di Tommaso Campanella. Ci riferiamo a Francesco Fiorentino, al quale sono
dedicate una via e la grande piazza non lontana dall'ombrosa villa Comunale,
quasi un salotto all'aperto. Nato a Sambiase (Lamezia Terme, CZ) nel 1834, Fiorentino si
formò alla scuola del celebre Galluppi e del francese Victor Cousin, che
adattò il pensiero di Hegel, campione dell'idealismo tedesco, alla tradizione
filosofica francese, meno astratta e
più attenta ai problemi della storia e della società politica. Profondo
cultore dei classici, ma anche dei contemporanei che conosceva nelle lingue
originali, Francesco Fiorentino s'entusiasmò da giovane per Vincenzo Gioberti,
il teologo torinese che conciliava tradizione cattolica e spiriti liberali,
sia sul piano teorico-filosofico sia su quello pratico, tanto da essere
mandato in esilio perché sospettato di cospirazione contro l'assolutismo.
Fiorentino intraprese anche studi sistematici del pensiero medioevale, con
particolare attenzione per i mistici, a cominciare da san Bonaventura,
maggiore esponente della tradizione filosofica francescana. Ad attrarre
Fiorentino su sponde diverse fu la lotta per l'unificazione nazionale, che lo
spinse a riflettere sugli ostacoli che la frenavano. Come il conterraneo Francesco De Luca e molti altri democratici
meridionali, egli si gettò allora a esaltare la figura di Giordano Bruno,
arso vivo come eretico nel 1600, in realtà perché considerato pericoloso per
il potere temporale dei papi. Balzando da un secolo all'altro negli studi,
Fiorentino passò poi dai pensatori greci come Platone e Aristotele – ai quali
dedicò un saggio nel 1864 – ai grandi filosofi tedeschi di fine Settecento, a
cominciare da Kant, ch'egli fece conoscere in Italia, traducendone alcune
opere. Nel 1880 Francesco Fiorentino pubblicò un manuale, Elementi di
filosofia, presto adottato nella maggior parte dei licei e delle
università del regno. Trent'anni dopo, e benché egli fosse morto da quasi un quarto di
secolo (si spense infatti a Napoli nel 1884), quella stessa opera venne
ripubblicata da Giovanni Gentile, che ne fece a lungo un vero e proprio
classico per generazioni di studenti e studiosi. Francesco Fiorentino si occupò di filosofi dei secoli più
diversi, ognuno dei quali presupponeva approfondimenti che da solo egli non
potè portare al limite della perfezione, tanto da essere giudicato
dispersivo, se non proprio disordinato. Egli
però non voleva affatto essere lo specialista di un periodo o di un filosofo
piuttosto che di altri. Sapeva che per l'Italia, dopo l'Unità, il vero
problema era di riprendere contatto con il pensiero universale, senza censure
e senza limitazioni. Non si trattava di formare un piccolo nucleo di addetti
ai lavori, un cenacolo di specialisti: era urgente voltare pagina in
generale, facendo capire ai giovani quanto fosse vasto il patrimonio
intellettuale accumulato nei secoli, far percepire che, al di là degli steccati
tradizionali, v'erano anche le filosofie e le religioni extraeuropee, la
sapienza presocratica, le «civiltà orientali». Ancora nel 1924 - quarant'anni dopo la morte del suo autore - il
Manuale di storia della filosofia ad uso dei licei, di Francesco
Fiorentino, adattato nel 1911 dalla figlia Luisa, venne rimesso a nuovo da
Armando Carlini e, in tale veste, rimase in uso sin dopo la seconda guerra
mondiale. Insomma, il filosofo catanzarese non fu un genio originale, non
ideò alcun sistema personale e non pretese di creare nulla di veramente
nuovo. Tuttavia egli ebbe un merito anche maggiore: per quasi cento anni
offrì ai giovani un quadro sintetico, chiaro, equilibrato e onesto dei
diversi pensatori o sistemi susseguitisi nel tempo. Da questo punto di vista Fiorentino non fu troppo diverso da uno
dei politici di maggiore spicco del Catanzarese, l'avvocato Bruno Chimirri
(Serra San Bruno 1842 - Amato 1917), che si affermò quale economista e dedicò
le sue energie a grandi opere di bonifica non solo nel Mezzogiorno ma anche
nell'Agro Pontino. Asceso a ministro dell'Agricoltura con Giovanni Giolitti,
anche Chimirri non inseguì l'affermazione di progetti personali, di sogni
individuali, puntò a mettere a frutto le cognizioni accumulate in decenni di
buona amministrazione per «portare a casa» gli accordi più vantaggiosi,
soprattutto con la Germania e l'Austria che taluni suoi contemporanei
consideravano «nemico storico» dell'Italia in seguito alle guerre
risorgimentali. Con severo senso dei bisogni più urgenti del Paese, Chimirri si
premurò di combattere la povertà e spianare la via al benessere. In questa
linea nel 1906 fu lui a varare la «legge per la Calabria», che fu, con quella
per la Basilicata, voluta dallo stesso presidente del Consiglio, il bresciano
Giuseppe Zanardelli, il primo
provvedimento organico dello Stato a favore di una regione del Mezzogiorno. Aldo A. Mola |
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