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Alla scoperta dei sapori naturali Una ricchezza tutta da scoprire per una Calabria da gustare di Vincenzo Pitaro Dal fragrante, leggero e vellutato olio
d’oliva alle appetitose dispense, capaci di conquistare i palati più
esigenti. Dall’aristocratico vino liquoroso di Bianco agli esclusivi liquori
a base di cedro o bergamotto, ricchi di gusto e d’inconfondibile profumo.
Dalle straordinarie bontà contadine (cicoriette di campo, cardi selvatici,
ecc.) preparati sotto vetro con ingredienti semplici e genuini, alle
deliziose confetture create con frutti del sottobosco ingentiliti col miele.
Dai biscotti più antichi (mostaccioli, tartine di sanguinaccio) alle ghiotte
specialità, fino ai «dolci d’autore», autentici capolavori d’alta
pasticceria. Dagli insaccati artigianali, preparati con particolare
attenzione durante la stagionatura, agli eccezionali formaggi tipici,
preziosi alleati in cucina per le ricette più gustose. E via di questo passo:
dalla pasta al caffè, e perché no?, anche all’acqua oligominerale e, persino,
alla birra e al distillato. C’è qualcosa di sublime in questa Calabria da gustare. «Tiriamolo fuori il nostro orgoglio», incominciano a dire i
calabresi, «strombazziamolo ai quattro venti». Questa Terra ha infatti un’antichissima tradizione nella
produzione di alimenti di grande pregio sia nutrizionale che organolettiche.
Fino ad oggi, tuttavia, molti corregionali - e in particolar modo taluni
ristoratori - si sono lasciati influenzare dal consumismo, finendo per
privilegiare prodotti largamente pubblicizzati su scala nazionale, anziché
menare vanto del «made in Calabria» e contribuire al decollo della nostra
economia. È ancora conveniente, oggigiorno, continuare ad accettare quanto
ci viene propinato a iosa dall’alto senza un benché minimo scrupolo? No, di
certo. In un’epoca in cui le sofisticazioni alimentari purtroppo non mancano,
andare alla ricerca della genuinità è più che un obbligo. A tutto vantaggio della nostra salute, pertanto, cerchiamo - una
buona volta - di andare anche al di là delle «apparenze» e di imparare a giudicare
le cose per quello che sono, evitando di lasciarci influenzare dalla
pubblicità martellante o dai luoghi comuni. Abituiamoci, cioè, a «mangiare
calabrese», come da tempo consiglia il prof. Ottavio Cavalcanti,
dell’Università della Calabria, autorevole cultore delle tradizioni
gastronomiche locali. Tutto questo è «campanilismo»? Bene, evviva il campanilismo!
Evviva la fierezza di sentirsi, fino al nucleo delle proprie cellule, figli
di Calabria! È un vanto che rende nobile questo lembo terrestre e chi lo
abita; è l’atto più coraggioso, anche se talvolta disperato, per richiamare
l’altrui attenzione ad una fisionomia, a dei caratteri che finché permangano
silenziosi serviranno a soddisfare soltanto i «necromani» delle civiltà ferme
nei secoli. Ecco, dunque, una sorta di «vademecum», disincantato, colmo di
consigli pratici e di indirizzi, nato dopo mesi d’indagine sul campo, che si
prefigge un unico scopo: quello di fornire un validissimo aiuto a tutti
coloro che intendono trovare, nell’alimentazione, un simbolo di status e che,
per tale motivo, sono alla ricerca dei sapori naturali di questa Terra. Il controllo alimentare e la domanda di qualità si presentano
elevati, anche (o soprattutto) in relazione all’esigenza di tutelare la
salute. In Calabria, d’altronde, tendono sempre più ad aumentare gli
orientamenti colti ed evolutivi, di matrice edonistica ma ben consapevoli di
benessere e forma fisica. Appare inoltre sempre più netta l’evoluzione della cultura
alimentare, orientata verso prodotti che conciliano qualità e piacere.
L’obiettivo, insomma, è quello di fare chiarezza nell’interesse di un
consumatore sempre più esigente (ancorché spesso distratto negli acquisti),
che vuole avere la certezza qualitativa del prodotto. Ma non meno importante
è l’intendimento di attribuire anche una giusta immagine e connotazione a
tutte quelle aziende calabresi che, senza dubbio, meritano di essere
valorizzate, se non altro per gli sforzi che esse fanno nel proporre un
prodotto dagli alti standard qualitativi. Iniziamo da Altomonte (CS), dalla «Bottega di Casa Barbieri»
che, da oltre un quarto di secolo, produce un’ampia varietà di prodotti
sott’olio extravergine d’oliva (rigorosamente senza conservanti né coloranti)
come: cardi e cipolline selvatiche, cicoriette di campo, funghi di bosco alla
contadina, pomodori secchi, involtini di melanzane, olive schiacciate, olive
nere secche, peperoncino piccante all’aceto, creme aromatizzate ai funghi
porcini, olio d’oliva extravergine fruttato, aromi secchi di varia natura, olio
aromatizzato (al basilico, alloro, peperoncino, rosmarino, aglio e
peperoncino, salvia, ecc.), legumi secchi naturali, miele, frutta secca
(nocciole, mandorle e noci) al miele d’acacia, crocette di fichi alle noci,
fichi al brandy, marmellate di cotogne, di fichi e di ribes, salumi e
formaggi preparati artigianalmente e tante altre prelibatezze. A Diamante, sempre nell’alto Cosentino, troviamo anche la
«Citrus Medica», specializzata nella coltivazione e lavorazione del Cedro, nell’omonima Riviera, dove è presente ormai dal III
secolo a.C., rappresentando una realtà insostituibile per l’industria
dolciaria non solo italiana. Rinomato è il liquore di cedro (se ne fanno vari tipi, in base
ai gusti: «Cedro Digestivo», «Cedro Dry», «Cedro Oro») che gli abitanti della
Riviera, solitamente, offrono agli ospiti, perpetuando un’usanza ed un rito
antichissimo, ormai esclusivi. La scorza del preziosissimo agrume viene ancora tagliata a mano
da questa azienda che produce anche una gamma differente di alcolici: «Amaro
calabro», «Limonello», «Elisir di mandarinetto», «Sambuca», «Anice», «Liquore
al Caffè», «Nocino» e, in più, dell’ottimo miele, canditi di cedro e vari
tipi di sciroppo alla menta, all’orzata, al cedro, all’amarena e alla fragola.
Oltre al cedro, si sa, in Calabria c’è un altro unicum: il
bergamotto. Particolarmente degna di nota, infatti, è la singolare produzione
a base di questo agrume, coltivato soltanto in una ristretta fascia costiera
del Reggino. L’azienda interessata al settore è la «Sol.Mar srl» di Catona,
che produce un liquore esclusivo («Il bergamino») e tante altre delicatezze:
creme, profumi, caramelle, ecc. Sul bergamotto esiste, da oltre mezzo secolo, un apposito
Consorzio di Tutela. La «Sol.Mar», riprendendo un’antichissima formula
artigianale, ha immesso per prima sul mercato una gamma di prodotti dal
sapore ricercato e dall’aroma intenso che racchiudono i più cari sapori della
Calabria. Altri liquori calabresi da segnalare, sono il «Cedramaro» creato
dall’Italcedro di Buonvicino (CS); il «Vecchio Amaro del Capo» prodotto dalle
Distillerie Caffo, di Limbadi (Vibo Valentia); la «Limetta», il «Fragolino» e
altre antiche bevande alcoliche che la «Giacobini» di Altomonte produce da
anni. A Castrovillari, invece, i noti ristoratori Pinuccio e Gaetano
Alia producono quattro raffinati tipi di rosoli preparati artigianalmente
secondo una ricetta del Duca di Buonvicino, gastronomo dell’Ottocento presso
la corte napoletana. Tra la produzione dei fratelli Alia, comunque, c’è dell’altro:
una crema di castagne al mosto d’uva, le creme ai funghi porcini (normale e
piccante), marmellate di fichi, cachi e fiori di sambuco, nonché altri
prodotti di raffinata eleganza. Conserve e confetture di un certo livello si producono, sempre
con tecnologie moderne ma con criteri tradizionali, anche a Corigliano
Calabro, nell’Azienda agricola «Favella»; a Bianchi (CS) nell’«Antica
Fattoria» di Santepelaggio; a Piano Lago di Mangone presso la «Calabria
Food», alla «Mangonesina» di Mangone, all’«Ortosud Jacobini» di Sibari (suo
cavallo di battaglia è la «Bomba calabrese». Ottimi anche i carciofini
selvatici, i funghi sott’olio in insalata, le melanzane condite a scapece,
ecc.). L’elenco, naturalmente, continua con l’Azienda di Francesco
Maletta, a Borboruso di Pedivigliano (CS), con la «Ligustica» di Rossano
(davvero uniche le caldarroste sotto miele al whisky, il miele d’api e il
medicamentoso mielito di eucalipto) nonché con la «Tridico» di Campana (buono
il «caviale vegetale» con olive, ortaggi misti, porcini e peperoncino in olio
d’oliva. Da segnalare anche la salsa agresta, sempre in olio d’oliva con
finocchi selvatici, porcini, pepe, aglio e peperoncino). Altre aziende
specializzate in sott’oli, la «Serfunghi Calabria» di Serra San Bruno, la
«Luna Funghi» di Soveria Mannelli e la «Fattoria San Francesco» di Cirò. A Bocchigliero (Cs) vanta una lunga tradizione l’azienda di
Giuseppe Iannelli. Qui è possibile trovare, fra l’altro, vasetti di
carciofini selvatici, filetti di melanzane, pomodori secchi farciti con salsa
di acciughe, capperi e origano, bianchetti di alici (la cosiddetta «rosa
marina») conservati col peperoncino e altri prodotti dal gusto
impareggiabile, tutti preparati come tradizione comanda: dalla raccolta alla
lavorazione, dall’immissione dell’olio all’invasettatura. Specialità a base di funghi anche a Camigliatello Silano, presso
la «Baita del goloso» di Angelo Chiodo. Denominatore comune, ovviamente, è la
tecnica rigorosamente artigianale che esalta il già straordinario sapore dei
doni spontanei delle montagne silane. Tante altre sue «golosità» a base di
mosti d’uva, piuttosto uniche in Italia, rappresentano un concentrato di
sapori e profumi che riportano alla Magna Græcia. Il suo laboratorio si trova
a Campana. È abbastanza ricca la provincia di Cosenza di aziende che
producono specialità alimentari. A Belmonte Calabro, dal 1910, opera anche la
«Premiata Ditta Colavolpe», specializzata nella lavorazione dei fichi secchi.
La storia di questa famiglia è davvero... dolce. «Era la fine dell’Ottocento
quando Nicola Colavolpe, arrivò da Amalfi in Calabria. Folgorato dalla
Bellezza di Belmonte, tra le innumerevoli varietà di frutta che colà vi
prosperavano - date le particolari condizioni climatiche - un frutto, in
particolare, colpì il suo interesse: il fico, dolcissimo da consumare fresco
e ancor più ghiotto se mangiato secco o cotto al forno, farcito di noci e
mandorle». Cosicché, nel 1910 presentò la sua prima confezione squisitamente
Liberty, dando inizio alla commercializzazione delle crocette. I
riconoscimenti, naturalmente, non tardarono ad arrivare e fra le varie
onorificenze ottenne anche quella di Casa Savoia. La Ditta, che oggi è giunta
alla sua terza generazione, produce vari tipi di fichi cotti al forno,
praline aromatizzate con vari liquori e ricoperte con cioccolato, torroni,
panettoni natalizi, uova e colombe pasquali, canditi, ecc. Altre specialità a base di fichi secchi si producono anche nella
città di Cosenza, ad opera della pluridecorata Ditta Garritano (crocette alla
mandorla e alla noce, cuori di fichi al rhum ricoperti di cioccolato, miele
di fichi, canditi di arance, mandarini, cedri e pere al cioccolato) che ha
sede in piazza Santa Teresa. E inoltre dalla «Luigi Bertini & C.», i cui
laboratori si trovano sul corso Mazzini 92 e in viale degli Alimena 107. I fichi secchi farciti con mandorle e noci sono dolci
caratteristici ma anche la frutta candita immersa in un bagno di cioccolata
entra a sorpresa nella pasticceria calabrese, insieme al più tradizionale
«bocconotto». Vari tipi di bocconotti (alla marmellata, al sanguinaccio, alle
mandorle, ecc.) è possibile trovarle, assieme ai famosi savoiardi giganti, a
Mormanno (CS) presso la Dolciaria «Silvana». Altri prodotti di punta della produzione dolciaria calabrese,
sono quelli che nascono dalle mani del cav. Vincenzo Renzelli (corso Telesio
n. 46, a Cosenza), un’azienda fondata agli inizi dell’800 che oggi
rappresenta, per la «città dei Bruzi», un pezzo di storia. Anche qui, tutto è
contraddistinto da quel tocco raffinato che è il marchio di fabbrica della
casa. Da segnalare i torroncini «torrefatti» a base di nocciole, zucchero e
cannella, la «valchiglia» (una barchetta farcita di nocciole, mandorle e
cioccolato), le tartine al sanguinaccio e le «costolette di capriolo», a base
di mandorle e cioccolato. Altro bravo interprete dei famosi e diffusissimi torroncini
calabresi, è il signor Gareri, di Bagnara Calabra (suo fiore all’occhiello è
il torrone tradizionale a «poglia», cioè in pezzature lunghe, a base di
mandorle e miele, oltre al tipo «torrefatto», dal sapore leggermente
amarognolo) che vanta una vasta produzione. La lavorazione è manuale ad
eccezione del confezionamento, per garantire igiene e perfetta conservazione
del prodotto. Anche la ditta Cardone, sempre a Bagnara, offre un torrone
artigianale di altissima qualità, diffuso anche all’estero. Fra i dolciumi calabresi, spicca pure la «cupeta» di Montepaone,
un croccante preparato con «giuggiulena» (sesamo), miele e vin cotto. Ci
sono, poi, gli antichi mostaccioli, i caratteristici biscotti con mandorla e
miele, quelli a base di anice, le susumelle, i «’Nzulli» alla mandorla, che
si producono tra Soriano Calabro e Sorianello ma anche nelle zone di Palmi e
di Seminara. Un altro dolce tradizionale, trovabile in commercio, è la «Pitta
‘mpigliata» che si prepara a San Giovanni in Fiore, con frutta secca e miele. Come si vede, non sono pochi i dolci calabresi che, a causa
dell’impiego del mosto cotto assieme al miele, tradiscono influenze
elleniche. Il miele, fra l’altro conosciuto già dai tempi della Preistoria
(quando «gli uomini lo rapinavano alle api») è, assieme al vino, all’olio e
al latte, il simbolo della generosità della Terra di Calabria. Sono molte le
aziende d’apicoltura. Ce ne sono a Sant’Onofrio, Amaroni, Montepaone,
Montanto Uffugo e via dicendo. Sempre nel campo dolciario, infine, un discorso a parte lo
merita la liquirizia, altra tipicità per cui la Calabria detiene un
indiscusso primato mondiale. In tutti i latifondi delle zone di produzione
(da Crotone alla Piana di Sibari, con Rossano in particolare) il suo succo
viene estratto fin dal Medioevo. Peraltro, come sottolinea l’Enciclopedia
Britannica, «per uno di quegli strani capricci della natura, la liquirizia
calabrese è più dolce e più buona». La radice calabrese, d’altronde, è
unanimamente riconosciuta come la migliore a livello europeo. Le sue
proprietà erano già note agli antichi Egizi e poi ai Greci e ai Romani. Nel primo secolo, Dioscoride scriveva che «il
succo della liquirizia porta giovamento alle affezioni della gola», che «è un
buon medicamento nei bruciori di stomaco» e infine che «sotto forma di pomata, si usa nella
medicazione delle ferite». Esistono però studi recenti che hanno evidenziato
l'azione protettiva del fegato, dimostrata dalla riduzione delle
transaminasi, gli enzimi che segnalano appunto la «sofferenza del fegato». Delle storiche fabbriche, nate nel Settecento in Calabria, oggi
ne rimane attiva soltanto una: quella degli Amarelli, a Rossano Scalo. Anche
in questa azienda, ovviamente, è entrata la tecnologia ma il ruolo del mastro
liquiriziaio rimane fondamentale: è lui che controlla il processo di
concentrazione della liquirizia a cielo aperto e stabilisce a colpo d’occhio
qual è il punto di solidificazione ottimale. La fabbrica Amarelli
(che, tra i suoi più illustri clienti, annovera da tempo anche la famiglia
Agnelli), produce deliziose scatolette di latta con immagini risalenti agli
anni Trenta. Tra la sua intensa produzione, sono da segnalare - oltre alla
liquirizia allo stato puro - anche i confetti di liquirizia alla menta, i
«sassolini» e le «morette» al gusto di arancia (che hanno conquistato il
mercato americano) e, dulcis in fundo, la grappa alla liquirizia. Finanche il caffè, ormai da anni in Calabria, recita un ruolo di
protagonista. Le torrefazioni non si contano, sebbene le industrie che vanno
per la maggiore si direbbero tre: quella di «Mauro» a Reggio Calabria, la
«Guglielmo» a Copanello e «Aiello» a Cosenza. Per quanto riguarda, invece, il settore degli insaccati e dei
formaggi, a Spezzano Piccolo (CS) è facile reperire delle ottime salsicce
pepate aromatizzate con i semi del finocchio. Salumi di qualità vengono
prodotti pure a Marina di Gioiosa Jonica dal «Salumificio Artigianale
Calabrese»; a Marcellinara presso il Salumificio «S. Pietro» e a Lamezia
Terme dai fratelli Daniele. Quest’ultimi, in particolare, oltre ad una vasta
gamma di salumi freschi e formaggi, producono ancora un tipo di ricotta col miele
(ancor più con miele e vino in debite proporzioni) già in voga ai tempi degli
antichi Greci e dei Romani. Ci vien fatto di sapere che, tale prodotto, oggi
viene utilizzato in svariati modi, sia in cucina che in pasticceria,
contribuendo a rinnovare i fastosi banchetti millenari. Poco conosciuta dai più, ma non per questo meno interessante, è
anche la salsiccia alla «cínnari», un insaccato fatto cuocere sotto la
cenere, la cui tradizione si perde nella notte dei tempi. Ma la parte del leone - in Calabria - spetta, in ogni caso, alla
tradizionale «’Nduja» (o «’Ndugghia», «’Nduglia», a secondo dei vari tipi di
dialetto). Il suo nome astruso è sinonimo di squisitezza e deriva dal
francese «andouille», che significa semplicemente salsiccia. E’ un salume
morbido e pepatissimo tipico di Spilinga e della zona di Tropea, anche se
prodotto in quasi tutto il Vibonese e, con qualche variante, in altri centri
della regione. Perlopiù, si tratta di un insaccato che contiene insieme alla
carne del maiale anche la lingua e la trippa suina. Se ne produce, però,
anche un tipo preparato con le frattaglie del suino (dal fegato al cuore, dai
reni ai polmoni) che vengono tritate e condite con erbe officinali e
peperoncino. Dove trovarla? Oltre che a Spilinga e a Calimera, sedi di due
affermate aziende, è possibile incontrarla anche a Castrolibero (CS) nel
Salumificio Dodaro o presso lo stabilimento del salumificio «Sila» di
Camigliatello. L’uso del peperoncino rosso, in Calabria, è molto diffuso anche
nella preparazione di soppressate e altri salumi, prodotti un po’ ovunque
nelle cinque province. C’è poi il latte e i suoi derivati, che nascono dalle
varie aziende dislocate un po’ in tutta la regione. Mozzarelle al prosciutto,
provole, burro, ricotte, formaggi con una buona produzione di pecorino,
entrano tutti, tradizionalmente, nel condimento delle paste ma anche come
piatti a se stanti. Tipico della Calabria è anche il «butirro» (o «burrino»),
una forma di cacio che racchiude all’interno un cuore di burro, la «scamorza
affumicata» e il caciocavallo. E non abbiamo ancora detto del tonno. Bisogna sapere che la
Calabria vanta un’antichissima tradizione anche di maestri tonnari che, a
tutt’oggi, producono - grazie ad una rigorosa selezione - un tonno all’olio
d’oliva di altissima qualità. Tonno di passo, tonno con caponata di carciofi
e melanzane, ventresca di tonno e tante altre squisitezze. La migliore
produzione, ovviamente, è quella che si trova nella «linea vetro», ma si
possono trovare anche eccellenti confezioni in scatolette di latta, come la
«linea MareVivo», la «Cinque Stelle», l’«Onda Blu», ecc. Le aziende operanti sono l’«Intertonno» di Sardanelli, che si
trova a Maierato (VV) e la «Callipo», di Pizzo Calabro. Gira e rigira, in Calabria c’è sempre l’«oro giallo» di mezzo. Ogni proposta gastronomica trova la sua sublimazione nel sapore
e nel profumo dell’olio d’oliva, che conferisce alle varie portate un tocco
di particolare delicatezza e genuinità. L’olio calabrese si contraddistingue
per il suo sapore persistente e spesso per il profumo fruttato che lo rende
degno dei migliori chef internazionali. E’ un olio equilibrato, dall’alto
contenuto nutrizionale. Fra l’altro, l’olio extravergine d’oliva è la
sostanza che, per antonomasia, viene utilizzata nella dieta mediterranea. Le
sue notevoli proprietà sono ben note sin dall’epoca dei Romani. Le aziende
che lo producono e lo commercializzano sono innumerevoli, considerato che
l’imbottigliamento oggi avviene anche ad opera di tradizionali aziende vinicole
e finanche per iniziativa di alcuni ristoranti. Ogni tipo di olio, presente
sul mercato, comunque è ottimo. In ogni caso, ci limitiamo a segnalare
soltanto le aziende prettamente olearie: la «De Paula» di Catanzaro; la
«Calabriaolio», di Rende; l’«Antico Frantoio del Castello», di Altomonte; il
«Saraceno», di Saracena (CS); l’«Antica Giara», di Tarsia; la «Thurium» di
Luigina Attanasio, a Corigliano Calabro; l’«Azienda Bevilacqua», che produce
il «Donnavascia» ad Acconia di Curinga (CZ); il «Frantoio Statti» di Lamezia
Terme; le aziende «Votta», «Anania», «Pileggi», «Greco» e «Aloe», di Maida;
l’«Olearia Archinà», di Siderno; l’«Ambra» di Maierato, e così via. È doveroso sottolineare, in conclusione, come la Calabria, al
tempo d’oggi, spazi in tutti i campi della produzione alimentare. C’è
veramente di tutto: la pasta secca del Pastificio Lecce, le spezie e gli
aromi della «Silanpepe» di Lamezia Terme, le patatine fritte dell’«Azienda
Palaia» di Vena di Maida, le caramelle gommose di Lamezia Terme, i prodotti
ittici della «Surgelati Benincasa» di Lamezia Terme, i gelati confezionati da
Ercole, a Pizzo Calabro (le sue specialità sono le cassate e il tartufo, oggi
diffusissime in tutta la regione), le acque oligominerali «Calabria»,
«Mangiatorella» e «Certosa», la birra e altre bevande gassate, fino alle
grappe (Zito, Lento e Librandi) che nulla hanno ormai da invidiare alle
famose acquaviti del nord Italia. I risultati delle vendite, finora conseguiti a livello
internazionale dalla produzione alimentare calabrese, sono da ritenersi
soddisfacenti. È una regione a prova di gusto, la Calabria del terzo
millennio. E proprio da qui, assieme al turismo, ricomincia a giocare le sue
carte migliori. © Copyright by Vincenzo
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